Gestione del cambiamento

La vita è un libro che si dovrebbe leggere dalla fine, non dall’inizio

La vita è un libro che si dovrebbe leggere dalla fine, non dall’inizio
18 Settembre 2020

Dicono che i gatti abbiano nove vite.

Tu me ne hai regalate cento!

Ricordo ancora quando piccola mi salvasti dalle mie sventure.

Sì, perché se da un lato potrebbe sembrare che fossi io ad averti salvata da morte certa, la verità fu che tu, con il tuo stile e il tuo essere felino, mi insegnasti ad essere forte e indipendente, ad avere coraggio, evitando di soccombere quando le emozioni erano troppo forti.

Ricordo i tuoi occhi giallo pastello, capaci di illuminare i miei momenti più bui con piccoli gesti.

Mi insegnasti a coglierli e necessariamente ad aprire ancor più i contorni talvolta sbiaditi della mia sensibilità.

Ricordo quando la sera, tornando alla mia dimora, mi accoglievi correndo verso la porta di casa facendo vibrare la coda.

Anche il mio cuore vibrava.

Dicono che i gatti non siano affettuosi, io rispondo come sempre che l’essenziale è invisibile agli occhi. Non si vede bene che con il cuore diceva Saint Exupery.

In questi giorni, dopo che te ne sei andata, ho compreso l’ennesima lezione che mi hai dato piccola maestra.

La vita si capisce dalla fine, non dall’inizio.

Questa avventura dell’esistenza è come un libro, ma per comprenderne la trama dovremmo cominciare dall’ultima pagina, non dalla prima.

La tua morte, inaspettatamente, è stato il tuo ultimo grande insegnamento.

Mi ha scosso come pochi possono comprendere.

Per me eri come una bimba e l’attraversare con te il tempo e le stagioni, le gioie e i piccoli o grandi pianti, ci ha unito con un legame indissolubile che mai si potrà spezzare.

Mi ha consegnato quell’ulteriore compassione di cui necessitavo. Quella da cui dovremmo guardare la vita per assaporarne ogni attimo senza lasciarcelo sfuggire.

Nella nostra società il morire è stato invece abilmente nascosto sotto il tappeto della vita e delle spesso inutili capriole che facciamo per sentirci completi.

Ma quando la signora con la veste nera arriva, e lo fa con chi ami, fosse pure un esserino nero a quattro zampe come te, tutto si sconvolge ribaltando il senso e il valore delle cose.

Rileggendo alcuni tratti del testo “Storia della morte in occidente” dello storico Philippe Ariès, potremmo quasi dire che la morte è diventata imbarazzante.

Ad esempio ne parliamo poco con i bimbi, per paura che possa esser precoce metterli dinanzi a tale sventura. Peccato che siano proprio loro a comprenderla più di noi. A saperla esorcizzare con i loro rituali e a coglierne il senso perché ancora non imbrigliati nei ritmi dissipanti della vita.

Solo che noi coltiviamo sin da piccoli il senso dell’attaccamento, della proprietà a prescindere, quasi fossimo incapaci di notare il ciclo della natura che ogni giorno si dispiega in fronte ai nostri occhi.

La morte è oggigiorno elemento e argomento intoccabile, mentre ogni forma di volgarità può essere esibita quotidianamente.

Violenza, amenità, crudeltà e abusi sono lettere capaci di comporre le giornate offerte dai media, mentre l’unico veto rimane quello di pensare o parlare della morte.

Perché la morte è scomoda, diciamocelo!

Ti fa pensare, ad esempio, che la maggior parte delle stronzate che comprerai nella tua vita non faranno della stessa qualcosa di migliore.

Ti fa pensare che forse, tutto questo occultare qualcosa che ci definisce per ciò che siamo (transitori), è un colpo troppo pericoloso per l’intento consumistico.

La cultura della morte è negata e sepolta con la stessa cura con cui si sotterrano i cadaveri.

Abbiamo delegato il compito della morte alle istituzioni, alla chiesa, perdendo il contatto e la gestione che avevamo di essa.

La paura della morte corrisponde però alla negazione della vita, che per definizione è transitoria e impermanente.

Il progresso medico, che non possiamo certo colpevolizzare ma tutt’al più elogiare, ha creato una spaccatura fra la caducità del nostro essere e il desiderio di essere infiniti.

Mi viene da chiedermi se tuttavia, questo desiderio di esserci per sempre, non possa essere visto in modi diversi.

Ad esempio pensando che ci sia un continuum.

Ogni pensiero filosofico ne parla, io per lo meno il dubbio ho imparato a concedermelo.

Per speculare poi a livello linguistico, se proprio questo non ci fosse, non ci sarebbe problema in quanto il soggetto pensante che lo produce cesserebbe di esistere.

Insomma: la morte, se davvero poi non ci fosse più nulla dopo questo esserci, è esclusivamente un problema per chi è ancora in vita o ancor più per chi rimane alla dipartita degli altri.

E da qui ripartirei con una domanda:

Quanto sappiamo apprezzare la vita se non dinanzi alla morte?

Per questo i discorsi neri come le tenebre dovrebbero tornare ad esser oggetto dei nostri pranzi e dell’educazione nelle scuole.

La morte invece è divenuta il grande assente, scomparendo dalle case e dai discorsi per trovar dimora solo negli ospedali.

E se fosse proprio la negazione della morte ha rendere ancora più infausta la morte?

Sin da piccino ho in realtà sentito molto caro questo tema e oggi, professionista della formazione e della psicologia, cerco sempre con morbidezza di congiungerlo anche con la dimensione del lavoro.

Come possiamo decidere cosa fare, quali sogni seguire, se non pensandoci in punto di morte?

Saremo felici, guardando a ritroso nel tempo, o ci sentiremo sprecati?

Ai giovani nelle mie aule chiedo sempre di porsi questa domanda.

Agli adulti di farlo due volte.

Nell’antica Roma era consuetudine, onde evitare che i generali vincitori di ritorno in patria scivolassero nella superbia e in manie di grandezza, dire loro: “Memento mori” (ricordati che devi morire).

E ancor gli si diceva: “Respice post te. Hominem te memento” che in italiano significa “Guarda dietro di te. Ricordati che sei un uomo”.

Perché la morte ti riporta a terra ma lo fa innalzandoti.

Per citare Thoreau, con il permesso di giocare con le sue parole, la morte mi permise di succhiare tutto il midollo della vita, di vivere profondamente, come un gagliardo spartano, per sbaragliare ciò che vita non era, falciare ampio e raso terra e riporre la vita lì, in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici ma oserei dire anche autentici.

Per tornare a te, fedele compagna di viaggio.

L’ultimo mese pesavi poco più di un chilo ma hai combattuto più di una pantera.

Mi chiedo come possa esistere così tanta forza dentro un esserino così piccolo.

Poi ti penso e capisco che non è la stazza che fa il guerriero, ma il cuore e l’animo che custodisce.

Ricordo la prima volta che vedesti la neve e come una pallina scura ci saltasti dentro saltellando.

Nera come l’inchiostro scrivevi già l’amore sulle pagine della neve che candida cadeva.

Ricordo le passeggiate in cui mi accompagnavi fra le nostre montagne.

Il tuo fare la pallina per dormire o il mordicchiarmi alla terza carezza, forse perché mi volevi talmente bene che non riuscivi a contenerlo in qualche fusa.

Ricordo tutto questo e l’unica cosa che posso fare finché scrivo è sorridere mentre piango sino a sentirmi mancare il fiato.

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