Comunicazione strategica

I love my haters!

I love my haters!
29 Aprile 2020

Non ho mai amato le convenzioni.

Mi stavano strette come il maglione della scorsa primavera quando sei adolescente.

Al liceo mi chiamavano sindacalista, non tanto per le specifiche mansioni del ruolo, piuttosto perché sapevo mettere in discussione ogni cosa raccontata.

Per il diploma scrissi infatti una tesina intitolata “L’anticonformismo del sapere”.

Fu sempre così.

Anche all’università ero un provocatore: sono riuscito addirittura a scrivere un trattato, nato da un progetto di ricerca e poi portato in tesi, sulla normalizzazione della devianza, ad indicare come farsi di sostanze psicoattive sia, ad oggi, più un modo per entrare nel mainstream piuttosto che metterlo in discussione.

Persino al tempio buddhista che frequento qualcuno mi ha assegnato questa nomina.

Sono un ribelle.

Un pirata.

Una pecora nera.

Ne vado fiero.

Porto in seno il dubbio Cartesiano come qualcuno fa con l’orologio al polso.

Amo pochi ma buoni followers.

Mi piace il dibattito, credo accenda quella conoscenza che talvolta sfugge al compiacimento.

A dirla tutta, sto iniziando ad amare anche i miei nemici.

Beh, non esageriamo, diciamo piuttosto a simpatizzare per loro.

Simpatizzare per i miei haters, mi piace!

Ne abbiamo tutti dai.

Una volta mi sembra di aver udito questa frase: “Se vuoi avere degli amici, non puoi non aver dei nemici”.

Credo contenga molta verità.

Se prendi una posizione per qualcuno, o verso un’idea, è chiaro che qualcun altro si opporrà ad essa.

Solo chi non si schiera avrà esclusivamente amici.

DHAMMAPADA – versetto 228

“Non ci fu mai, non ci sarà e non si trova oggi un uomo che fosse esclusivamente biasimato o esclusivamente lodato”.

Ho dibattuto molto nella mia vita. Mi diverte farlo.

Lo faccio perché mi piace prendere una posizione. So benissimo che a qualcuno piacerà, mentre ad altri un pò meno. Con qualcuno mi troverò, con altri entrerò in conflitto. Ma, come diceva Siddharta, in ogni caso, ci sarà sempre qualcuno che ci apprezzerà e qualcuno che non converrà con noi.

Quindi, suvvia, tanto vale mettersi in gioco!

Il rischio sarebbe quello di essere in conflitto con se stessi non prendendo una posizione per esprimerci.

E poi dai, pensateci bene… Non confrontarsi, discutere e dibattere è come usare una Ferrari in prima.

Si impara molto e ci si mette in discussione parlando e comparando le proprie idee.

Spesso non è facile, ma si possono scorgere lati inaspettati degli argomenti in analisi.

Certo, ci vuole pacatezza, non giudizio e altrettanto, a volte, capacità di ritirarsi quando si va troppo in escalation.

Di questi tempi si odia molto.

Si odiano politici e si odiano le persone che la pensano diversamente da noi.

Si odia chi non ci aiuta.

Persino chi attua comportamenti diversi dai nostri, senza nemmeno sapere quale storia sia celata dietro di essi.

Nel Buddhismo esistono tre veleni più potenti di tutti gli altri.

Veleni per la mente.

Uno di questi è l’avversione.

L’avversione, l’odio, è chiaramente rivolto ai nostri nemici.

A chi è diverso da noi.

Agli haters…

Sempre secondo la sua filosofia dovremmo essere capaci di soffocarla, tacerla, provando compassione e gioia per gli esseri e gli eventi della nostra esistenza.

In linea di principio sono assolutamente d’accordo.

La domanda però è un’altra. Anzi, sono due:

  • Come attuare questo cambiamento?
  • Siamo proprio sicuri che in questa avversione che proviamo non ci sia insito nulla di buono?

Provo a rispondere in un solo colpo.

Mi butto.

PRIMO INSEGNAMENTO

Partiamo da un concetto legato a un’emozione.

La rabbia.

È un’emozione primaria legata ai nostri istinti di sopravvivenza.

Un tempo la agivamo per difendere il nostro territorio da predatori.

Oggi per proteggere i nostri ambienti mentali da pensieri, credenze o azioni che non collimano con le nostre.

Ci arrabbiamo insomma con chi pensa o fa diversamente da noi. I nostri nemici sono coloro che invadono, magari senza permesso, i nostri confini: fisici o mentali.

Questo tipo di persone li chiamiamo nemici, o haters.

Per lui, per lei, o per loro proviamo solitamente odio e avversione. O, perlomeno, antipatia.

Partendo da questo presupposto già è facile comprendere che la rabbia verso il nemico non sia poi così tanto una cosa folle.

Banalmente, è il nostro sistema di difesa e sopravvivenza che si mette all’opera.

Perché, spingendoci oltre, dovremmo vederla come una risorsa?

Prima di tutto perché queste persone sono per noi una cartina tornasole incredibile.

Ci aiutano a scorgere i limiti delle nostre convinzioni e delle nostre credenze, permettendoci di oltrepassarli o, quantomeno, di ampliare l’orizzonte dei nostri.

Quando ci arrabbiamo con un nostro nemico, probabilmente lo facciamo perché questo esprime un’idea o un modo d’essere diverso dal nostro. Se stiamo ben attenti questi momenti potrebbero perciò indicarci, meglio di altri, il modo in cui siamo fatti e le idee che abbiamo.

A questo punto possiamo permanere nell’odio.

Oppure, scelta per lo meno più curiosa, possiamo chiederci come mai noi la vediamo diversamente. Cosa ci spinge a non voler cambiare e rimanere relegati in quei confini.

I nemici ci spronano a pensare come quell’idea o quell’agito, pur lontano da noi, potrebbe arricchirci se non addirittura migliorarci. O quantomeno mettere in discussione una conoscenza.

La stessa scienza, per evolvere, deve continuare a mettersi in discussione per rendersi migliore. I suoi detrattori sono in realtà i migliori alleati che può avere.

Questo cambio di prospettiva potrebbe, quasi inconsciamente, non tanto eliminare il nemico ma renderlo un alleato, con la spontanea conseguenza di ridisegnarlo sotto altre vesti.

SECONDO INSEGNAMENTO

Proviamo con una metafora.

Pensiamo ad un magnete.

Ogni oggetto del genere è composto da due poli (polo nord e sud): quelli opposti si attraggono, quelli uguali si respingono.

Questo già è di per sé curioso. Come se in natura esistesse qualcosa dove gli opposti provano più attrazione degli identici.

Come a redarguirci del fatto che nell’alterità sia custodito un segreto nascosto, molto più utile di ciò che invece ci rispecchia senza aggiungere nulla di diverso.

A tal proposito,

da coach aziendale,

posso dire che spesso la sintonia è talvolta più interessante dell’empatia.

Se la seconda (empatia) tanto decantata e per carità utilissima, ci permette di metterci nei panni dell’altro, la prima (sintonia) ci permette non solo di essere “intonati” ai toni emotivi dell’altro ma anche di rimanerne fuori. E persino di proporre suoni differenti capaci di produrre nuovi pensieri ed elaborazioni. Questi suoni diversi mi piace considerarli buoni nemici: ovvero idee e percezioni fuori dal coro, potenzialmente pericolose ma, se ben espresse, capaci di minare alcune convinzioni e restrizioni in modo sano e con finalità di crescita, correzione e aiuto.

Proseguendo però nell’analisi dei nostri magneti ci si può render conto di qualcosa di altrettanto curioso.

Se infatti taglio un magnete se ne formeranno due, sempre di segno positivo e negativo.

Se a questo punto avvicino i poli positivi dei due che si sono formati si respingeranno.

Come a dire che ciò che rifiutiamo sia in un certo qual modo già contenuto in noi.

A dire il vero, questo esperimento mi rivela qualcosa di importante.

Quando incontriamo qualcuno con cui siamo in disaccordo, chiamandolo perciò nemico o hater, siamo di fronte ad un soggetto che ci può raccontare molto di noi.

Può indicarci cosa non sopportiamo.

Quali parti di noi sono più vulnerabili.

Cosa non abbiamo ancora appreso, o cosa abbiamo dimenticato scordandone l’importanza.

Insomma, il nemico ci indica sempre qualcosa di noi che usualmente è nascosto. Qualcosa non di ordinario ma che, più di altre parti, richiede attenzione e comporta un certo potenziale di sviluppo.

Nel Buddhismo, ad esempio, si dice che i nemici siano in realtà risorse importantissime per valutare le nostre attitudini.

  • Un rompiscatole serve ad esercitare la pazienza.
  • Uno stronzo la compassione.
  • Un insistente la generosità.

TERZO INSEGNAMENTO

Un altro motivo per amare gli haters possiamo trovarlo proprio nelle dinamiche dei social network.

Spesso molti provano avversione verso di loro ma facendolo non pensano almeno a tre cose:

1.    Se odiamo chi ci odia cadiamo nella sua stessa trappola, con la logica conseguenza di essere anche noi degli haters.

2.    Se abbiamo degli haters è perché forse le nostre idee sono abbastanza diffuse, e forse questo no né poi così male.

3.    Spesso gli haters parlano a sproposito. Questo ci permette, se parliamo di cose rispetto alle quali abbiamo un certo grado di competenza, di validare ancor di più le nostre competenze e le nostre ipotesi al resto della nostra platea.

Oscar Wilde diceva: “Perdona sempre i tuoi nemici. Nulla li farebbe arrabbiare di più”.

Questa frase, sicuramente irriverente e di gran lunga superiore al pensiero comune, proprio a rappresentare Wilde, mi riporta ad uno stratagemma utile nei conflitti.

Il suo nome è: “Uccidere il serpente con il suo stesso veleno”.

Come funziona?

Mettiamo che qualcuno dica cose che non vi sono congeniali, magari proprio con l’intento di provocarvi o ferirvi.

Voi, utilizzando lo stratagemma, dovrete rispondere:

“Ti ringrazio per queste cose che mi stai dicendo perché mi aiutano ad essere una persona migliore”.

Se l’enunciato sarà espresso con sincerità e serietà, questo condurrà il nostro interlocutore ad un doppio vincolo comunicativo, che costringe l’interlocutore a divenire alleato di chi la comunica. Per almeno due motivi:

1.    Se fa cessare il conflitto allora siamo divenuti alleati

2.    Se non fa cessare il conflitto ma lo alimenta, allora siamo comunque diventati alleati, proprio in virtù del fatto che le sue parole ci aiutano ad essere una persona migliore

ULTIMO INSEGNAMENTO

In conclusione, anche se di esempi sull’utilità dei nostri nemici ne avrei ancora tanti, mi piacerebbe ricordare il pensiero di Sun Tzu.

Parafrasandolo potrei dire che ci sono uno, cento, mille nemici là fuori. Finché però non sconfiggeremo quello dentro di noi, non comprenderemo mai come possano continuare a sopravvivere.

È tragico constatare quanto un uomo possa rovinare la propria vita e quella degli altri, rimanendo tuttavia incapace di vedere fino a che punto l’intera tragedia derivi da lui e da lui sia sempre stata alimentata e coltivata.

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