Gestione del cambiamento

Ci hanno sequestrato!

Ci hanno sequestrato!
12 Marzo 2020

Non ho ben compreso dove mi tengano, ma sono sicuro l’abbiano fatto!

Solo ora, prigioniero di queste celle, ricordo la libertà di quando ero bambino.

Non c’erano pareti, nessuno schema predefinito.

Carta bianca su cui disegnare, o poco più.

Ero solito uscire dai bordi che le maestre mi indicavano. Forse non solo per ribellione, ma per dare aria ad un’energia che non sapevo dove mettere e che, di scuro, non poteva essere reclusa nei perimetri delle figurine da colorare.

Ho bisogno del vostro aiuto ma, mentre lo chiedo, mi accorgo di due cose apparentemente assurde:

  1. Alcuni, se non molti di voi, sono qui con me. Lo capirete a breve di essere nella mia stessa prigione.
  2. La cella in cui mi hanno imprigionato è strana: le sue linee non sono sbarre di acciaio ma quelle del mio corpo

Mi hanno sequestrato!

Forse l’hanno fatto con tutti noi.

Non sono le ordinanze ministeriali di questo periodo avverso. Non sono nemmeno rapinatori. Non credo vogliano una ricompensa. Forse solo un’azione diversa. Forse non sono proprio criminali. Forse, se impariamo ad ascoltarli, potrebbero essere i nostri salvatori. Dicono che a volte un cambio di prospettiva salvi un’intera esistenza. Magari allora nemmeno ho bisogno del vostro aiuto.

O forse sì, d’altronde non sono il barone di Münchhausen. Ancora non riesco a pensare ad un uomo capace di volare tirandosi dai suoi stessi capelli.

Mi hanno sequestrato! Ci hanno sequestrato! Da tempo immemore.

Più scivolano i pensieri, profondi come solo loro sanno fare, più mi accorgo chi sia il nostro detrattore.

E mentre le geometrie del suo volto mi si rivelano, un piccolo singulto mi colpisce il cuore.

Avevo il dubbio fosse un pazzo. Un criminale. Un poco di buono.

Aimè, signori miei, ora che lo guardo in volto un po’ sbianco.

E lui con me. Perché io sono lui. E lui è me.

Sono io che mi sono rapito. L’ho fatto con le mie abitudini.

Non quelle sane. Quelle che mi impediscono di essere il bambino che ero. Pieno di energie e voglia di uscire dai contorni. Quel bambino che aveva così voglia di sperimentare e cambiare direzione, senza nemmeno sapere dove sarebbe finito.

Le abitudini ci hanno sequestrato. Le nostre. Quelle che inconsciamente ci guidano dove già sappiamo. Quelle che, talvolta, ci rubano la magia di sperimentare non tanto nuove terre, ma nuove parti del nostro sé.

Perdonatemi se vi ho coinvolto.

Come talvolta accade volevo fare la vittima, quando invece stupidamente non mi ero accorto di essere il carnefice.

Neo: “Quale verità?“.

Morpheus: “Che tu sei uno schiavo, Neo. Come tutti gli altri sei nato in catene. Sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha muri, che non ha odore. Una prigione per la tua mente“. (dal film Matrix)

Permettetemi allora una piccola digressione.

La piccola fra tante, utile forse per fare chiarezza su cosa siano queste maledette o forse benedette abitudini.

Intro:

Se penso alla parola ABITUDINE la prima cosa che sovviene alla mia mente è un abito.

Un vestito che indosso nella mia quotidianità.

Non per altro ma la sua etimologia è legata al concetto di abito, da habito: aspetto, forma del corpo, atteggiamento, disposizione.

La stessa si riconduce infatti alla parola habitus, fra i cui significati troviamo abitare.

Abitare significa assumere certe abitudini.

Tendenza alla continuazione o ripetizione di un determinato comportamento, collegabile a fattori naturali o acquisiti e riconducibile al concetto di consuetudine o di assuefazione.

In effetti l’abitudine è quella forma del pensiero, della parola e del comportamento rispetto alla quale non ci facciamo più domande.

È un meccanismo inconscio, formatosi attraverso la ripetizione di azioni, che ora si attiva in modo spontaneo in alcune particolari situazioni.

Per esplicitarlo è interessante ricordare la storia di Eugene Pauly, un signore di settant’anni che, a causa di un’encefalite virale, aveva danneggiato un’intera area del suo cervello. Questo gli precludeva di aver memoria di tutte le cose che gli accadevano e che erano accadute nell’ultimo periodo. Persino il giorno prima. Altrettanto, se i medici e gli scienziati che seguivano il suo caso, gli chiedevano di disegnare la pianta della casa o del quartiere, lui non ne era capace. Eppure in casa sua si muoveva con agilità! E lo stesso faceva nel quartiere dove abitava!

Questo perché per farlo non era necessario attivare la memoria (che non aveva più), ma i NUCLEI DELLA BASE, ovvero delle cellule che risiedono nella parte più interna del cervello e che presiedono alle nostre attività abitudinarie, in grado di farci risparmiare energie quando le cose le abbiamo già fatte più volte e basta andare con il pilota automatico.

Allo stesso modo lo sottoposero ad un esperimento, ogni giorno per un mese.

Gli venivano mostrate delle coppie di carte e sul retro di ognuna di esse era mostrato quale fosse la corretta. Ogni giorno Eugene non ricordava di aver già compiuto lo stesso esperimento il giorno precedente, ma più passava il tempo più, con sua meraviglia, Eugene sceglieva tutte le carte giuste. Anche in questo caso, pur essendo compromessa la memoria, il circolo dell’abitudine (che vedremo a fine articolo) determinato dai nuclei della base svolgeva la sua funzione egregiamente.

L’esperimento spiegava perché Eugene riuscisse a trovare la strada pur non ricordandola e anche perché facesse colazione più volte ogni mattina. Bastava infatti il giusto stimolo (luce che entra dalla finestra, suono dell’orologio, etc..) che la reazione correlata si innescava automaticamente, proprio perché non presente la memoria di aver già compiuto quell’azione.

Interessante vero?

Questo ci da un’idea del potere che abbiano le abitudini. Sono così forti da spingere il nostro cervello ad aggrapparsi a esse a costo di escludere tutto il resto, compreso il buonsenso.

In una serie di esperimenti del National Institute of Alcohol Abuse and Alcoholism addestrarono dei topi a premere delle leve in risposta a determinati stimoli finché il comportamento non diveniva un’abitudine. I topi venivano sempre gratificati col cibo. Quando però cambiarono la ricompensa con piccole scosse si accorsero che, nonostante ciò, i topi persistevano proprio perché l’abitudine era troppo radicata.

Non è difficile pensare lo stesso nella vita degli uomini.

Possiamo anche non ricordare le esperienze che danno forma alle nostre abitudini, ma una volta immagazzinate nel cervello influenzano il nostro modo di agire, spesso senza che noi ce ne rendiamo conto.

Cosa dice la Scienza?

Secondo la scienza le abitudini si formano per risparmiare energia.

Ogni nuova azione compiuta richiede infatti uno sforzo non indifferente, cosa invece non richiesta quando siamo già a conoscenza della procedura da seguire.

Pensate a quale sforzo vi sia chiesto di fare quando tornando in macchina trovate una deviazione. Inevitabilmente vi viene richiesto di pensare a nuove strade. Con l’avvento dei navigatori non è più così ma il concetto credo sia chiaro.

Pensate a quale follia sarebbe dover pensare in modo conscio e razionale a respirare, o far battere il cuore. Rischieremmo di morire o finiremmo esauriti.

Qualche altro caso o esperimento?

Negli anni Novanta i ricercatori del MIT fecero un esperimento per comprendere meglio il funzionamento dei NUCLEI DELLA BASE. Dei topolini era inseriti in un labirinto a forma di T. Essi erano posti dietro una parete che si apriva producendo un suono (clic) molto forte. All’inizio i topolini non trovavano subito il cioccolato ma facevano tentativi, annusando qua e là ed elaborando informazioni. Poi, esperienza dopo esperienza, trovare il cioccolato era sempre più semplice e ciò era indicato dal funzionamento del loro cervello.

Qui si vede l’attività del cervello la prima volta che il topolino era messo nel labirinto.

Qui invece l’attività dello stesso cervello dopo una settimana di continue ripetizioni dell’esperimento.

Questo processo è detto Chunking, ovvero acquisizione dell’unità di informazione, ed è alla base della formazione delle abitudini.

Alcune unità sono semplici, come quella appena vista, altre più complesse.

Pensiamo ad esempio ai passaggi e le attività mentali necessarie le prime volte che dovevamo uscire con la macchina in retromarcia dal garage:

  • Aprire il garage e la porta della macchina.
  • Regolare il sedile.
  • Inserire la chiave e girarla in senso orario.
  • Regolare gli specchietti.
  • Schiacciare pedale frizione, inserire retromarcia, e mollare la stessa frizione mentre schiacciamo il pedale dell’acceleratore.
  • Calcolare le distanze elaborando proporzioni fra ciò che si vede negli specchietti e il mondo reale.
  • Osservare bene i muri.
  • Etc..

Oggi lo facciamo senza pensarci. Senza sforzo. Quasi in pilota automatico.

Beh, questa si chiama abitudine.

Il fenomeno delle abitudini è riconducibile al principio di OMEOSTASI, tale per cui ogni organismo vivente ha la tendenza naturale al raggiungimento di una relativa stabilità. Sia per quanto riguarda le chimico-fisiche interne, sia per quelle comportamentali.

Se in molti casi è adatto mantenere inalterati gli stati dell’essere al di là dei cambiamenti esterni, è facile capire come a volte, non cambiare in funzione di nuovi scenari e obiettivi sia del tutto inappropriato.

Altre parole che mi vengono in mente pensando alle abitudini sono:

  • Ripetizione
  • Ritualità
  • Routine
  • Comfort
  • Schema
  • Inconscio
  • Risparmio
  • Automaticità
  • Alienazione

Perché dunque è un bene avere abitudini?

  • Perché risparmiamo energia.
  • Perché non possiamo decidere tutto ogni giorno. L’abitudine è un movimento automatico che ci facilita la vita.

Perché è invece un male avere abitudini?

  • Non ci permette di raggiungere nuovi obiettivi.
  • Non ci permette di evolverci, di cambiare, di stare meglio in funzione di nuove esigenze o contesti.

Come funzionano le abitudini?

Per sintesi, ho pensato di descrivere quello che è il meccanismo fondamentale di un’abitudine.

STIMOLO – REAZIONE – RICOMPENSA

STIMOLO:

L’evento, il trigger scatenante che porta ad una reazione.

Dice al nostro cervello di entrare in modalità automatica e quale abitudine particolare usare.

Il clic del labirinto del topolino insomma.

Alcuni esempi:

  • Luogo
  • Tempo
  • Stato emotivo
  • Stato cognitivo
  • Azioni o presenza di qualcun altro

REAZIONE:

Il meccanismo inconscio che mettiamo in atto di fronte ad alcuni stimoli:

  • Accendere una sigaretta quando qualcosa ci innervosisce o perturba.
  • Urlare o nasconderci quando qualcuno attacca le nostre idee o la nostra identità.
  • Mangiare qualcosa di fronte ad un momento di noia.

Il problema più grande delle REAZIONI è che spesso sono inefficaci.

O meglio: il dramma è che anche se fossero state efficaci in passato, oggi potrebbero non esserlo più.

RICOMPENSA:

Spesso di ordine chimico è legata ad un apparente sensazione di piacere.

Ci dice se vale la pena memorizzare una certa routine.

Nel tempo, questo circolo segnale-reazione-ricompensa diverrà sempre più forte, creando un vero e proprio craving, ossia bisogno.

Quasi fossimo drogati dalla ricompensa ottenuta in virtù della reazione compiuta, anche involontariamente.

Quando si forma un’abitudine il cervello non partecipa più al processo decisionale. Tuttavia, comprenderne il funzionamento, ne rende più facile il controllo.

Per questo oggi la disamina è stata questa.





Come cambiamo però le abitudini che ci limitano o impediscono di stare bene, oggi così come domani?

Ad esempio facendoci delle domande:

  • Cosa potrei fare diversamente?
  • E se non stessi facendo la cosa giusta per ottenere ciò che desidero?
  • Cosa ho fatto sino ad ora?
  • Cosa farebbe, al mio posto, quella persona che tanto credo essere un modello di riferimento?

Questo però, è solo l’inizio.

Diciamocelo, sarebbe troppo per un articolo.

D’altronde, sono sempre in una prigione, e il tempo in qualche modo dovrò occuparlo.

Alla prossima…

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