Comunicazione strategica

ABRACADABRA: la magia delle parole

ABRACADABRA: la magia delle parole
15 Gennaio 2020

Alcuni detti dicono che la parola abracadabra possa essere riconducibile alla capacità che le nostre parole hanno di costruire mondi e universi di senso e di significato.

“Io creo mentre parlo”.

Ma non solo… Mondi reali in cui vivremo e passeremo il nostro tempo.

Sin da piccolo ho creduto nella magia.

Mi affascinava. Rapiva.

Credevo nel suo potere.

Credevo in Santa Lucia, in Babbo Natale, in tutto ciò che senza apparente spiegazione poteva donare al mondo la giusta bellezza che si meritava.

Poi, un giorno, il mondo degli adulti, ha sgretolato un sogno.

Lo ha fatto con tutti noi.

Ha spazzato con un sol colpo di scopa tutta la magia in cui tutti credevamo.

E qualcosa, inevitabilmente, si è rotto in mille pezzi.

Per fortuna, con il passare del tempo, ho scoperto che potevo ancora IMMAGINARE (in me mago agere).

Potevo credere che qualcosa esistesse, solo perché le parole che concedevo a me stesso erano in grado di generarlo.

Con la dovuta applicazione, e il giusto DE-SIDERIO, ho scoperto che era tutto vero. Che la magia esiste.

E, guarda caso, nasce proprio dalle nostre parole.

È così che ho iniziato a studiare il linguaggio, e poi la comunicazione.

Ho scoperto che attraverso questi elementi potevo creare dei mondi.

Dei mondi reali, tangibili, misurabili.

Dei mondi di cui io e gli altri compagni di questa vita potevamo godere.

Le parole sono, nella mia non modesta opinione,

la nostra massima e inesauribile fonte di magia,

in grado sia di infliggere dolore che alleviarlo”.

Albus Silente

Le parole sono stimoli, racconti suggellati fra le antiche pareti della nostra mente. Non sono solo fonemi, o strutture sintattiche.

Sono la materia magica che forma i nostri pensieri e che con inesauribile potenza produce e mantiene, così come al contrario distrugge, le nostre relazioni.

Le parole sono il codice delle nostre culture, lo specchio delle società e delle loro architetture.

Le parole sono i custodi delle emozioni.

I mattoni che, più che descrivere il mondo, lo costruiscono. Non sono infatti mere descrizioni, ma entità creative che generano mondi e interi universi.

Come disse Heidegger la capacità di comprendere noi stessi, gli altri e il mondo che ci circonda è direttamente proporzionale al numero di parole che abbiamo a disposizione. Non è possibile avere pensieri a cui non corrisponda una parola, così come risulta difficile pensare di riconoscere un’emozione qualora non avessimo un termine da consegnargli.

Quando Robert Levy, antropologo e psichiatra statunitense, arrivò per la prima volta a Tahiti, nel 1961, venne subito a conoscenza di un fatto particolare: il numero di suicidi, nelle isole polinesiane, era estremamente più elevato che nel resto del mondo. Incuriosito dal fenomeno non riusciva a comprenderne il senso. Scoprì poi che nella cultura e nella lingua thaitiana non esisteva una parola per definire il dolore, fuorché quello fisico. Davanti al dolore interiore (che ovviamente provavano) i thaitiani non sapevano come reagire, era qualcosa di anormale, non avevano parole per esprimerlo, e reagivano col suicidio. Agli isolani mancavano gli strumenti semantici per definire tale condizione dello spirito, che dunque non riuscivano a comprendere, né tantomeno a comunicare. La vicenda portò Levy a coniare una nuova parola, tuttora utilizzata in semantica e psicologia, ovvero ipocognizione, per indicare la condizione di chi non ha le parole necessarie per definire la propria vita interiore e parlarne con altre persone.

Simili discorsi si potrebbero attualmente fare sulla relazione fra ignoranza e tendenza alla violenza – reazione animale che spesso risulta dall’esclusione di introspezione consapevole e munita di parole per decifrarsi ed esprimersi.

Le parole sono perciò oggetti magici.

Formule alchemiche in grado di renderci uomini e società migliori.

Contengono dentro di sé il dono del bene e del male ed è per questo che, con tutto me stesso, credo che studiarle e dedicare a loro il nostro tempo sia un’impresa irrinunciabile.

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