Gestione del cambiamento

Abbiamo un cigno grigio in giardino

Abbiamo un cigno grigio in giardino
9 Marzo 2020

Qualche giorno fa, guardando bene nel giardino di casa, ho scorto un cigno grigio.

Mi è parsa subito una cosa strana, non solo perché di cigni in giardino non ne avevo mai visti, ma soprattutto perché era grigio, cosa ancora più strana.

Poco dopo, collegandomi sui social e leggendo i giornali, ho scoperto che non ero solo.

Di cigni grigi ne avevano tutti, in casa.

Chi in cucina, chi in camera.

Qualcuno nel bagno.

Addirittura erano nelle aziende.

Fra le vie delle nostre città.

Nei nostri pensieri, persino, si erano annidati.

Se pensate sia l’inizio di una narrazione, vi sbagliate. O forse nemmeno così tanto.

Di sicuro stiamo parlando di una storia nuova, a cui non siamo abituati.

Le stesse storie imprevedibili che avvengono quando si parla di cigni neri.

Anche se qui si parla di cigni grigi, e capirete solo poi il perché.

Ma, per chi nemmeno di cigni neri se ne intende, forse è meglio fare qualche passo indietro.

Anzitutto va detto che quando questi entrano nella nostra narrazione sempre si parla di storie nuove.

Impreviste oserei dire.

Storie che come coltelli lacerano ogni credenza passata.

Che smuovono certezze sgretolando mura sin ora reputate invalicabili, o certamente non sgretolabili.

Tanto più da un piccolo cigno.

Giunti a questo punto della lettura, per chi ancora non sapesse di cosa parlo, vi chiederete cosa siano questi cigni neri. O perché, invece, da un mese siamo pieni di cigni grigi che scorrazzano ovunque nelle nostre vite.

Facciamo qualche altro passo indietro.

Correva l’anno 2007 e nelle librerie usciva il saggio “Il cigno Nero” del filosofo, matematico ed ex trader Libanese Nassim Nicholas Taleb.

Il suo libro, in un certo qual modo, ci avrebbe aiutato per sempre a osservare alcuni fenomeni in modo differente.

L’idea sostanziale è quella di iniziare a comprendere meglio il funzionamento del mondo e degli eventi imprevedibili che di tanto in tanto esso ci consegna, per imparare ad esserne meno vulnerabili. A maggior ragione in una società V.U.C.A. come la nostra (traducendo le parole che costituiscono l’acronimo inglese appena citato: volatile, incerta, complessa e ambigua).

Il punto è quello di inserire l’incertezza all’interno dei nostri sistemi previsionali spesso troppo ottimistici.

A maggior ragione, come sostenuto nel suo caso, in quelli legati alle previsioni finanziarie.

Non si parla però solo di finanzia, ma di mondo e vita in generale.

Si tratta di imparare a pensare in modo più sano: con speranza e ottimismo, ma altrettanto con un secondo paracadute quando per caso sfortunato e imprevedibile il primo non si dovesse aprire.

Essere un po’ pessimisti è come concedersi di avere paura: non si tratta di rifiutarla per credere di essere eroi. Se abbiamo in corredo questa emozione ci sono diversi motivi, primo fra tutti quello di salvaguardarci da presunti pericoli. Si tratta piuttosto di usarla in modo logico e razionale questa paura, cercando di adoperarla come risorsa e facendo in modo che non divenga mai panico (in questo caso incapace di portarci a strategie utili ed efficaci).

Taleb ci esorta quindi a non cadere nel bias della prevedibilità totale, imparando ad assumere dei ruoli di forza di fronte agli eventi imprevisti.

Essere preparati, pur nell’imprevedibilità, e saperla accogliere nel migliore dei modi, imparando da essa qualcosa in più su di noi.

Analizzando il concetto esposto da Taleb mi torna in mente la legge di Murphy, la quale dice: “Se qualcosa può andare male, lo farà”.

E, proseguendo, i suoi completamenti successivi sono: “Se qualcosa può andar male, lo farà. E nel modo in cui non te lo aspetti”.

Insomma, pur con una certa macabra ironia il consiglio è quello di iniziare ad accettare come funziona il nostro mondo, non tanto per renderlo meno bello ma per esserne più consapevoli e preparati.

A livello personale, culturale, economico e organizzativo.

Dovremmo vivere con piacere, sapendo però che qualcosa di drammatico potrebbe accadere. Ed essere perciò non tanto pronti quanto più capaci ad affrontare il futuro nella sua imprevedibilità.

A tal proposito leggevo proprio qualche giorno fa un aneddoto riguardo Michael Phelps e i giochi olimpici del 2008. Il nuotatore aveva già vinto tre medaglie d’oro. Il problema si presentò però alla quarta gara, quella dei 200 metri farfalla, quando l’acqua entrata negli occhialini mise la sua performance in condizioni proibitive, addirittura impedendogli di vedere nell’ultima vasca. Per fortuna Phelps aveva previsto alcuni scenari imprevedibili e relativi a come le cose sarebbero potute andare storte. Invece che il panico aveva adottato un metodo che gli permetteva di nuotare anche alla cieca, e questo gli permise di vincere anche in quell’occasione.

Oggi vedo molte persone in difficoltà, e le rispetto. Anzi, sto cercando di aiutarle scrivendo e facendo offrendo dei servizi di aiuto.

Altre però mi accorgo che stanno crollando pur senza avere problemi che non siano risolvibili con uno cambio di rappresentazione. Forse perché incapaci di accogliere l’imperfezione in una vita cucita troppo su misura.

Le percezioni che abbiamo dei fenomeni sono in buona parte determinate dalla cultura che possediamo, per questo leggere e studiare filosofia, tanto quanto psicologia, non può che esserci di aiuto. Probabilmente anche la storia aiuterebbe.

Torniamo però alla nostra di storia…

La parola cigno nero, per essere proprio precisi, in realtà non arriva da Taleb ma dal poeta romano Giovenale, il quale in una delle sue poesie coniò l’espressione “Rara quanto un cigno nero”, riferendosi a una donna di straordinaria bellezza. In quel periodo, poco dopo la venuta di Cristo, non c’erano cigni neri noti. E per almeno altrettanti anni non furono avvistati dei cigni neri.

Per questo la sua frase designava qualcosa di sconosciuto e mai osservato.

La vista di una donna così bella e mai incontrata era proprio come un cigno nero, animale sino ad allora mai incontrato.

Poi, un giorno, ne avvistarono parecchi in Australia. Nel continente Oceanico i cigni erano neri, nonostante nessuno li avesse mai visti. Era il 1696 e il navigatore Willem de Vlamingh, giungendo nel territorio oggi chiamato Australia, si imbatté in una moltitudine di cigni neri, animali mai visti sino ad allora.

Fu allora che il cigno nero comparve nell’esistenza dell’uomo occidentale.

Per questo l’affermazione “Impossibile come un cigno nero” fu completamente distrutta dalla visione di un cigno nero.

Questo insegnò a molte persone, indipendentemente da quanti cigni neri avessero visto nella loro vita, che questo aspetto non diceva nulla rispetto alla probabilità di vedere dei cigni neri nella loro esistenza. Anche se fino ad allora non si riteneva potessero esistere.

Ma i cigni neri non parlano solo di animali con le piume, ma anche di eventi.

Eventi che, nella fattispecie, hanno 3 proprietà:

  1. Sono imprevedibili, proprio perché mai visti in passato.
  2. Sebbene non si siano mai stati visti in passato, non si possono ignorare, proprio per le conseguenze che portano con sé.
  3. Sebbene l’evento non sia prevedibile, dopo che il fatto si è verificato, tutti diranno che lo avevano previsto.

E così, di punto in bianco, il cigno nero ci ammutolisce.

Ogni presunta conoscenza di misurare il rischio si perde fra le nuvole, lasciando solo spazio all’incertezza e all’indeterminazione.

E, nell’imprevisto che come uno specchio ci mostra senza indugio tutta la nostra fragilità, c’è chi scappa e chi si crede più forte di essa.

Forse, senza giudizio, sarebbe meglio accoglierla in tutta la sua forza.

Rispettandola.

Temendola.

Di sicuro ascoltandola e imparando a conoscerla.

A ben pensarci Taleb è stato solo uno fra i tanti a parlare di incertezza.

Bauman, nel libro L’arte della vita, diceva: “La vita si vive nell’incertezza, per quanto ci si sforzi del contrario. Nessuna decisione sarà esente da rischi e assicurata contro insuccesso e rimpianti tardivi”.

Hume, nel testo Storia naturale della religione, scrisse: “Tutto è ignoto: un enigma, un inesplicabile mistero. Dubbio, incertezza, sospensione del giudizio appaiono l’unico risultato della nostra più accurata indagine in proposito”.

Plinio, il filosofo, disse che: “La sola certezza è che niente è certo”.

Blaise Pascal, filosofo e matematico, dichiarava che: “Gli uomini vedono nella materia un ordine che loro vi hanno messo”.

Dunque, di cigni neri, se ne parlava da tempo.

Ad essere sinceri, ascoltando proprio un intervento dello stesso Taleb su Repubblica, risalente a qualche giorno fa, quello che abbiamo di fronte nemmeno è un cigno nero.

Non lo è perché viene meno la sua prima caratteristica: quella dell’assoluta imprevedibilità. Cosa che invece non appartiene a questo virus.

Per questo lo descrivo come un cigno grigio, perché sta al confine ma è comunque pericoloso.

Lo avevamo già visto in Cina.

Si poteva immaginare che con molta probabilità sarebbe arrivato e che le misure da prendere non dovevano essere certo diverse dalle loro. Anzi, forse migliori proprio perché coscienti della loro situazione e delle difficoltà emerse.

Così, ahimè non è stato. Avevamo molti elementi per fare diversamente. Il comprenderli però solo ora, a posteriori, ci riporta esattamente al punto 3 delle caratteristiche dei cigni neri: “Sebbene l’evento non sia prevedibile, dopo che il fatto si è verificato, tutti diranno che lo avevano previsto”.

Se andassimo indietro nel tempo oltretutto di pandemie ne troveremmo altrettante, alcune legate come oggi ad influenze particolarmente aggressive e capaci di diffondersi molto velocemente. Basti pensare alla pandemia dell’influenza spagnola che fra il 1918 e il 1920 uccise milioni di persone nel mondo.

Forse però, non solo cigni neri e cigni grigi sono pericolosi per la nostra sopravvivenza.

Lo sono anche quelli bianchi, a ben pensarci.

Ci sono infatti molte cose da noi conosciute, come i cigni bianchi, ma che vogliamo far finta di non vedere.

Si pensi, in primis, alla morte. Culturalmente la rifuggiamo, posticipando molte cose che sarebbero davvero importanti nell’illusione che un domani le compiremo.

Un saluto e una parola dolce a un nostro caro.

Mollare il lavoro che tanto odiamo per dedicarci a ciò che davvero ci piacerebbe fare.

Fare un figlio e trovare il tempo per viverci, con questo figlio.

In secondo luogo si pensi al tema dell’inquinamento.

Oggi lo guardiamo come guardavamo la Cina prima che il Coronavirus arrivasse a perturbare la nostra vita.

Domani, se non staremo attenti, la natura ci porterà un cigno nero dalle dimensioni talmente grandi che non sapremo più che fare. A dire il vero già oggi, in forme e misure diverse, ci sta inviando diversi cigni neri. O grigi che siano.

Detto questo, quali sono gli insegnamenti che possiamo trarre da questi cigni?

  • Cigni neri: Non sottovalutare le situazioni imprevedibili e creare dei modelli complessi in grado di poterli fronteggiare al meglio qualora si presentassero.

Pensiamo ad esempio alle nostre entrate economiche. Se esse arrivano da un solo canale, capite come potrebbero essere attaccabili qualora, in un momento di emergenza, quel canale si dovesse interrompere.

La diversificazione degli investimenti, nasce proprio da questo concetto.

Imparare che non tutto è controllabile e che il mito della previsione assoluta è una chimera molto pericolosa, capace di impedirci di cambiare in caso di necessità.

  • Cigni grigi: Imparare dagli errori. Tenere viva la memoria. Pensare che se succede agli altri, potrebbe farlo anche con noi.
  • Cigni bianchi: Non sottostimare le cose potenzialmente pericolose ma ancora inespresse nelle loro sintomatologie.

Ad esempio, nei rischi presenti all’interno dei modelli a rischio, come quello capitalistico-consumistico, prevedendo che potrebbero condurci a eventi del tutto inaspettati e paradossalmente imprevedibili e catastrofici. Non fare domani, insomma, quello che potremmo fare oggi.

Consigli a livello psicologico?

Seguendo la teoria di Giorgio Nardone pare evidente che si debba iniziare ad abbandonare la logica della conoscenza definitiva, pensando che esista un “sapere esatto” in grado di permetterci di dominare tutta la realtà.

Lo studio e la ricerca servono e serviranno sempre, ma esasperare la loro funzione significa non dare spazio agli imprevisti e credere in una conoscenza oggettiva in grado di controllare e capire tutto. La nostra vita è anche insondabile e abbracciare questa sua componente, invece che subirla, ci aiuterà a stare meglio ed essere più sereni. Chi cerca di controllare troppo, rischia di essere vittima del suo stesso controllo. Basti pensare agli ipocondriaci: più esami faranno, più alimenteranno la loro stessa paura che qualcosa gli possa accadere.

Un altro consiglio è quello di imparare ad accogliere e porsi domande sul senso delle cose. Mettersi in contrasto con avvenimenti ostili serve a poco, e quel poco spesso si ritorce contro di noi mettendoci in condizioni di stallo e bassa efficacia. Accogliere, osservare, incuriosirsi, sovvertire e trovare opportunità può invece offrire valore e stimolare nuove percezioni dell’evento.

Consigli che i cigni dovrebbero portare a livello politico?

Investire davvero su cultura, sanità, imprese e welfare.

Penso non serva dire altro e, anche qualora volessi fare una disamina di questo punto, non basterebbe certo il poco spazio rimasto in quest’articolo.

Consigli a livello aziendale?

Lavorare su sistemi di prevenzione del rischio più evoluti, in gradi di permetterci di affrontare problemi imprevedibili senza permettergli di divenire delle calamità economiche. Studiare quindi, costantemente, i propri processi imparando a rilevarne le vulnerabilità.

Sviluppare risorse in grado di diversificare gli investimenti.

Generare cultura psicologica ed emotiva, in grado di permettere a tutti di affrontare gli eventi con intelligenza.

Promuovere stili di leadership sani, che siano in grado di creare veri team di lavoro, dove le persone sono più propense ad aiutarsi reciprocamente nei momenti di difficoltà, invece che pensare solo al loro piccolo orticello (È qualcosa che sto osservano molto in questi giorni di crisi e, guarda caso, le aziende dove avviene questo individualismo malsano sono quelle dove i modelli di leadership assomigliano più a dittature che ad altro).

Consigli a livello di crescita personale e karmica?

Questa è una prova, una sfida. O banalmente il residuo karmico di ciò che abbiamo compiuto. A prescindere da queste affermazioni sicuramente è una frattura omeostatica: la rottura di un equilibrio formatosi da tempo.

Nelle teorie del cambiamento, che studio e insegno, la condizione che si presenta è rara. Nel senso che succede più spesso di rimanere in condizioni di stallo perché non si sa cambiare, piuttosto che in condizioni di disequilibrio perché qualcosa è irrimediabilmente cambiato. Questo mi accade perché lavoro soprattutto con persone che vogliono migliorare e raggiungere risultati migliori, piuttosto che con persone che hanno subito traumi di diversa natura. Ma diciamo che anche questi casi fanno parte del lavoro che giornalmente svolgo.

Cosa suggerirei? Sicuramente di non irrigidirsi e partire con una prima fase di coscienza e accoglienza della nuova condizione. Mi chiederei cosa deve cambiare nel mio modo di fare e di essere. Quali abitudini sarà necessario scardinare, partendo da piccoli cambiamenti, proprio per aggirare la nostra spontanea resistenza al mutamento.

Insomma, credo di aver portato qualche idea su quello che sta accadendo.

Ho cercato di farlo in modo non giudicante, provando ad analizzare il fenomeno a livello sociologico, psicologico e soprattutto di sistema.

Mi rendo conto che ci sarebbe altro da dire ma ho un cigno grigio in giardino, e qualcuno se ne dovrà pur occupare!

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