Buddhismo e Mindfulness di impresa

La ricerca dell’infelicità

La ricerca dell’infelicità
18 Giugno 2020

Se cerchi la felicità, per essere felice, sin quando non la otterrai non potrai che essere infelice

La felicità, come sostengo da tempo, è ampiamente sopravvalutata.

Nonostante sposi il pensiero buddhista, continuo a insistere sulla sua necessaria riforma postmoderna.

Il punto è che quella che sembra essere la panacea di tutti i mali (la felicità) può trasmutarsi nella sua ombra peggiore.

La soluzione che diviene problema.

La ricerca di una felicità futura, o idealizzata, sposta talvolta l’attenzione su un tempo che non esiste, impedendoci di godere di ciò che abbiamo. E rendendoci così infelici.

Quando poi, magari per caso magari per capacità, otterremo ciò che era desiderato, ci renderemo conto che non basterà più.

Una sorta di rivisitazione del mito di Sisifo, condannato a trascinare un enorme masso che una volta arrivato in cima rotolava giù obbligandolo a ricominciare daccapo; all’infinito.

Questa immagine mi ricorda talvolta la ricerca di quella felicità sempre lontana e mai capace di riempirci davvero.

Sarò felice quando otterrò quella promozione.

Sarò felice quando mi sposerò.

Sarò felice quando la mia salute sarà perfetta.

E poi, una volta ottenuto l’ennesimo traguardo, l’ennesima promozione, l’ulteriore oggetto tanto anelato, torneremo a sentirci vuoti o comunque desiderosi di avere ancora quell’ultima cosa che ci renderà davvero felici.

Nella mia modesta opinione potrebbe perciò essere curioso ridisegnare la felicità come uno stato d’essere, non tanto una reazione ad eventi esterni rispetto ai quali, tra l’altro, abbiamo ben poco controllo. E poi, diciamocelo, lo spettro delle emozioni umane è molto più ampio: dolore, rabbia, paura… Solo per dirne alcuni. Sottacerli, invece che accoglierli nella loro veste e nelle possibili funzionalità, potrebbe essere un altro modo per essere infelici.

Forse, più che la felicità intesa come estensione dell’emozione del piacere, ciò che dovremmo ricercare è la capacità di essere sintonici, in armonia, con tutto il repertorio delle emozioni e delle situazioni che si producono in questa esistenza.

Non rifuggirle insomma, ma lasciarle fluire spontaneamente osservando con chiarezza quali insegnamenti ci vogliano portare.

Le indicazioni di filosofie come quella buddhista sono meravigliose ma a mio avviso poco capaci di integrarsi con la vita dell’uomo moderno. Non è un caso che siano state prodotte in tutt’altri tempi.

Uno dei grandi errori è non tanto quello di credere che i fondamenti siano sbagliati, piuttosto quello di non comprendere che per essere trasmessi servano linguaggi più consoni a questo tempo.

La ricerca della felicità può essere un’impresa molto infelice.

Spesso sono infatti le nostre errate convinzioni che ci mettono nella condizione di compiere sforzi inutili, allontanandoci dalla felicità invece che permetterci di ottenerla.

Tutto questo mi rimanda al concetto di Tentata soluzione e all’errore di Agire quando non si dovrebbe.

La tentata soluzione è quella strategia che mettiamo in atto pensando di risolvere una difficoltà ma che in realtà non fa che peggiorarla creando un vero e proprio problema.

L’agire quando non si dovrebbe si riferisce invece ad una delle diverse tentate soluzioni che mettiamo in atto. Nello specifico essa definisce un comportamento non necessario che rischia di generare problemi quando prima questi non erano presenti.

Mi spiego meglio: occupandomi di formazione, coaching e trasformazione personale spesso mi imbatto in persone tendenzialmente felici, o in uno stato di benessere, che per la smania di crescere più di quanto vorrebbero/ potrebbero/ dovrebbero iniziano a generare problemi prima inesistenti. Non ci vedo nulla di strano ad essere sincero: ad oggi viviamo in una società iper-performante e l’esigenza di essere cronicamente al top rischia di essere una vera e propria trappola.

Personalmente infatti non amo troppo parlare di crescita ma di trasformazione volta ad uno stato armonico e in linea con noi e l’ambiente esterno.

La crescita, per come la conosciamo nella scienza, è infatti uno stato dinamico che per definizione non ha fine. Questo ovviamente, se riportato alla vita di una persona, rischia di trasformarsi in una costante esigenza di miglioramento, senza permetterci di godere di ciò che siamo.

Il senso di costante incompletezza o inadeguatezza è per questo motivo sempre dietro l’angolo, e ciò che doveva avere uno specifico obiettivo (cambiare per stare meglio e migliorarsi) può divenire facilmente la sua nemesi, inchiodandoci in uno stato peggiore di quello inziale.

Essere infelici, cercando la felicità, quando prima si stava bene.

Una frase che risponde bene al mito e alla chimera del continuo miglioramento.

Miglioramento talvolta utile e bello, ma altresì ogni tanto capace di generare eccessive aspettative che a loro volta producono frustrazione, senso di colpa o depressione.

Il grande problema è che se la posta in gioco è troppo alta, per non dire utopica, i rischi dietro l’angolo sono sempre molti. Più di tutti se ne possono individuare tre:

  1. Credo di essere storto, incapace, quando invece forse è la meta che risulta irraggiungibile.
  2. Mi convinco che solo il viaggio conta e la meta rimarrà là, sempre irraggiungibile.
  3. Non potendo raggiungere la meta accuso gli altri e mi lamento per il mondo/ sistema infame in cui mi trovo.

Insomma, l’individuo tende più ad addossare la colpa a fattori esterni o alle sue inettitudini, piuttosto che mettere in discussione le sue premesse.

Perché le premesse, per lui, sono la verità.

La felicità, quando diviene incontrollato desiderio, credo sia più un dogma capace di confondere se non produrre gli esiti opposti rispetto a quelli tanto offerti.

Io non dico che la meta non debba essere quella ma credo che, per citare Ardrey, che

“Mentre perseguiamo l’irraggiungibile, rendiamo impossibile l’attuabile”.

Siamo strutturati per vedere ciò che manca!

Un tempo questo era utile perché ci portava a trovare il cibo, oggi invece ci fa scivolare in una continua ricerca del meglio, che anche quando raggiunto è effimero e cerca solo un altro meglio ancora.

Mi piace molto l’approccio Zen, profondamente centrato sul vivere, piuttosto che un’illusoria felicità mistica, una piacevole sensazione nell’avere ciò che abbiamo.

Spesso il discepolo, nel chiedere al maestro cosa sia l’illuminazione, riceve la risposta: “Torna a casa, mangia, lava i piatti, parla con i tuoi cari e riposa”.

Con tutto questo non dico che non sia bello stare bene. Che la felicità non sia perseguibile o presente nelle nostre vite.

Ammonisco soltanto il pensiero che la rende un’unicità. Quello che la storpia o la desidera ad ogni costo, sino ad annullarla quando prima ci viaggiava accanto.

Mia nonna dice sempre che la felicità, alla fine, ce la ricordiamo quando è passata.

Rileggendo alcuni passi dello psicoterapeuta Harris, sembra oltretutto che nonostante il crescere del benessere, degli sviluppi medici, della tecnologia, degli svaghi e delle professioni di aiuto siamo un’umanità sempre più infelice!

LA TRAPPOLA DELLA FELICITÀ

Alcune trappole relative alla ricerca della felicità emergono già con la prima domanda che Russ si pone:

Cos’è la felicità?

  1. La felicità è sentirsi bene    

Essendo però le sensazioni fugaci questo ci porterà a soffrire.

  1. La felicità è vivere una vita ricca, piena e significativa

Per quanto piacevole porterà però rabbia, paura e tristezza, emozioni che talvolta ci faranno essere infelici.

Da questo breve ma intenso esordio possiamo già comprendere le trappole insite nella ricerca della felicità.

Da appassionato e studioso del Dharma, la filosofia e gli insegnamenti buddhisti, sono profondamente convinto che le parole di Siddharta fossero e siano illuminanti.

La prima grande nobile verità è infatti che la vita è sofferenza (se non lo è ancora stato lo sarà – e questo non esclude la gioia che altrettanto la compone) e proprio perché tale, è necessario uno switch per invertire questo stato d’essere.

Come fare però a raggiungere questa felicità tanto agognata?

Il Dharma è composto da molteplici insegnamenti che ci aiutano a comprenderlo, e credo sia bellissimo seguirli e apprenderne la saggezza contenuta.

Ci sono però diversi problemi che ho potuto osservare in alcune persone che seguono come me gli insegnamenti del Buddha. Uno di questi è di sentirsi infelici cercando la felicità.

Da ribelle quale sono ho preferito così approcciarmi in modo del tutto opposto, non per criticare e pormi di traverso, quanto più per approfondire la questione attraverso un punto di vista diverso ma complementare.

Per quali motivi e cause allora, se infatti abbiamo a disposizione testi di questo tipo, psicologi, medici, coach e beni di ogni tipo, ancora scivoliamo nella tanta odiata infelicità?

Harris anche in questo caso ci offre un valido aiuto interpretativo, elencando diverse cause capaci di generare questo nostro bias cognitivo.

  • Le favole lette da bambini con un eterno lieto fine ci hanno rovinato.
  • Pensare che la vita sia solo felicità è un’assurdità e la stessa statistica può confermarci l’esatto contrario.
  • Se non siamo felici crediamo di avere qualcosa che non va. Pensiamo di essere storti. Fatto chiaramente non vero ma promotore di ulteriore infelicità e diretta conseguenza della credenza relativa al punto precedente.
  • Per avere una vita migliore crediamo di doverci sbarazzare dei pensieri negativi. Peccato che questi esistano ovunque e facciano parte del nostro essere.
  • Dobbiamo saper controllare ciò che pensiamo e proviamo. Peccato che sia quasi impossibile. A volte riusciamo ma poi le cose ritornano.

Queste false credenze ci distruggono per un banale ma spesso non compreso motivo: ci obbligano a combattere contro la nostra stessa natura: quella umana!

Per spingere ancora più in là la mia provocazione, che come sempre è tale proprio per cercare di scavare ancora più a fondo, mi piacere citare il comico Angelo Duro.

Il bello dell’essere infelici, come sfondo di base, è che te ne esci di casa e basta un non nulla per eccitarsi e diventare sereni.

Magari ti accorgi che respiri, e sei felice.

Ti va di culo che la macchina in sosta vietata non te l’hanno multata, e sei contento.

Se sei felice è un casino, pensaci bene.

Te ne esci fischiettando e alla prima menata che non ti aspetti il tuo bel castellino di carte si sgretola.

Basta un “no” e sei triste.

Una piccola ammenda, e la giornata strafica diventa una tomba.

Sii infelice e vedrai quante cose ti renderanno felice!

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