Gestione delle emozioni

Il dolore del provar dolore

Il dolore del provar dolore
18 Giugno 2021

Ogni tanto penso che il più grande dolore, sia quello di provare dolore.

Allora mi sorge una domanda:

La sofferenza si può estinguere o solo gestire?

Dipende…

Anzitutto ricordiamoci che antropologicamente il dolore ha una sua funzione: esso, quando si manifesta, ci mette in guardia da quelle situazioni che sono potenzialmente pericolose per noi stessi. A questo punto dobbiamo capire se possiamo affrontarle, se dobbiamo cambiare per farlo o se forse dobbiamo cambiare strada.

Se dovessimo parlare di estinzione del dolore non possiamo non citare la filosofia Buddhista.

Per il Buddhismo il tema della sofferenza è elemento centrale del discorso.

Siddharta, una volta illuminato, espresse le 4 nobili verità:

1. Verità della sofferenza

2. Verità dell’origine della sofferenza

3. Verità della cessazione della sofferenza

4. Verità del sentiero che porta alla cessazione della sofferenza:

– Estinguere la sua causa

– Ottuplice sentiero

Ma quali sono le cause della sofferenza che un essere umano vive?

– Ignoranza (rispetto al funzionamento delle cose e di noi stessi)

– Impermanenza (non accettazione del fatto che tutto cambia e come è venuto andrà)

– Attaccamento alle cose e tristezza nel perderle

– Desiderio (di avere, possedere ed essere sapendo che ci sarà sempre qualcosa che non potremo avere)

– Avversione (verso gli altri, verso le situazioni, verso se stessi)

– Dolore causato dai 5 aggregati (corpo, sensazioni, percezioni, aggregati mentali e coscienza)

Il punto fondamentale è che per questa filosofia le cause della sofferenza dipendono da noi, e non dal mondo esterno.

È un approccio difficile da interiorizzare, ma se ci pensiamo come potremo mai abbandonare la sofferenza se le cause che la producono non dipendono da noi?

Anche nel approccio di Problem Solving Strategico che utilizzo i problemi sono sempre produzioni del soggetto che li vive, permettendo così ad esso di gestirli e intervenire su di essi.

❗️La differenza con diversi pensieri psicologici consiste nel fatto che nel Buddhismo non si parla solo di gestione della sofferenza, ma anche e soprattutto di estinzione. È un approccio radicale.

A maggior ragione visto che secondo questa filosofia essa è perennemente legata al ciclo delle continue rinascite (Samsara).

🧠Psicologicamente gli approcci al dolore sono più accessibili, diversi e variano a seconda delle scuole.

Di sicuro sappiamo che alcuni comportamenti sono deleteri. Quali?

– Negazione (nego il problema o evito ogni cosa che potrebbe produrre sofferenza).

– Apatia (mi desensibilizzo in modo da credere di non soffrire).

– Vittimismo (la colpa è tutta degli altri).

– Non cercare aiuto per gestire/ estinguere la sofferenza (persone, professionisti, gruppi o letture utili in tal senso).

– Ricerca del piacere sostitutivo in altre cose (oggetti, droghe e altre attività capaci di produrre scariche dopaminiche).

– Non accettazione (delle cose perse, delle cose che non potremo avere o di come funzionano in generale alcune dinamiche e del fatto che dovremo essere noi a cambiare: fatto molto complesso per la fatica che il sistema deve sobbarcarsi per ricostruire una mappa di sé e del mondo diversa dalla precedente). Questo approccio non è dissociativo e prevede quindi che si possa soffrire, essere in ansia o arrabbiarsi preparandosi ad affrontare la sofferenza.

– Non impegno verso un cambiamento e verso un nuovo stato dell’essere o dell’affrontare le cose.

– Non accorgersi dell’impegno fallimentare: cioè non prendere coscienza delle tentate soluzioni messe in atto capaci di mantenere o peggiorare il problema invece che risolverlo.

– Rimuginare in modo eccessivo senza agire.

Esistono allora delle strategie utili per affrontare la sofferenza?

Con piacere ne illustrerò alcune apprese da diverse scuole:

DEFUSIONE:

Capacità di comprendere che i pensieri tristi non siamo noi. Essi sono solo pensieri. Lo stesso vale per le emozioni. Per far questo esistono riformulazioni: da “Sto male” a “Sto avendo il pensiero che sto male” ma anche vere e proprie tecniche. Come questa che segue.

SPLENDORE DEI DISASTRI:

Il soggetto dovrà scrivere su un diario tutti i disastri che gli sono capitati, dal presente al passato.

Scrivere le proprie sofferenza gli permetterà di portar fuori, affrontare, rielaborare e assegnar nuova natura alle sue sofferenze.

Come diceva Robert Frost, infatti: “Il miglior modo per venirne fuori è passarci nel mezzo”, pertanto, la persona, scrivendo ripetutamente le cose che in passato l’hanno fatta soffrire, riesce a canalizzare le proprie emozioni negative e a farle defluire.

A questa tecnica ne possono essere aggiunte altre due:

PULPITO SERALE:

Il soggetto si concede un unico spazio serale dove concentrare i lamenti riferiti alle sue sofferenze.

CONGIURA DEL SILENZIO:

Diversa dalle altre in quest’approccio nessuno deve parlare del problema che genera sofferenza. Il soggetto che la vive in primis. Questo perché in alcuni casi è proprio il continuo parlarne a rinforzarlo.

▶️ Queste due ultime tecniche impediscono al soggetto di porsi nel deleterio ruolo della vittima, senza perdere la possibilità di provare rabbia o paura, ma controllandole attraverso l’assegnazione di uno spazio specifico.

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