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Da Ken il guerriero alla generazione Netflix: come i cartoni animati hanno modificato i nostri modelli culturali (anche professionali)
22 Luglio 2026
L’altro giorno, su Instagram, un caro amico mi inviava l’ennesima sigla dei cartoni che hanno permeato la nostra infanzia.
Lo facciamo spesso, è un nostro passatempo per accarezzare il piacere di una certa nostalgia.
Una sorta di rapporto epistolare moderno, dove ci sfidiamo a suon di ricordi.
L’altro giorno, però, un pensiero mi ha sfiorato le spalle: “Porca miseria” mi dico, “certo che noi eravamo proprio una generazione nipponica”.
📺 Fateci caso: negli anni ’80 la maggior parte dei cartoni era prodotto in Giappone.
Ken il guerriero, I cavalieri dello Zodiaco, Goldrake, Mazinga Z, Jeep Robot d’Acciaio, Lupin , l’Uomo Tigre, Holly e Benji, Hello Spank, Kiss me Licia, Mila e Shiro, Occhi di Gatto. E ancora: Pollon, Ranma 1/2, Lady Oscar, Heidi e Conan il ragazzo del futuro. Certo, qualche eccezione non giapponese c’era (i Puffi, The Real Ghostbuster, Alvin and the Chipmunks, ecc..), ma per la maggiore il primato era orientale.
🖥️ Oggi, guardando con Lucia (mia figlia di cinque anni) alcuni cartoni, vedo un mondo diverso: Paw Patrol, Peppa Pig, Masha e Orso, Bing, Sonic, Miraculous. Tutte produzioni statunitensi o europee. Qualche eccezione giapponese l’abbiamo, ma il rapporto su questa età è invertito.
Premetto che la maggior parte di questi cartoni non mi piacciono troppo😅, ma forse sono solo un nostalgico. Fatta eccezione per Bluey, Bing e pochi altri, non sono un fan di queste produzioni.
Per darvi un pò la misura sono uno di quei papà che preferisce, alle produzioni Pixar, vedere tipo per trecento volte Totoro e Ponyo sulla Scogliera. Uno di quelli che ha il coraggio di mostrare alla propria bambina che esistono anche produzioni mute: Flow, Away o Il mio amico Robot ne sono degli esempi.
Poi, per carità, da cinefilo so bene che anche gli Americani fanno roba buona, basti pensare al Robot Selvaggio, cartone attuale che reputo di una certa qualità.
E poi c’è sempre la mia compagna a riequilibrare l’ordine delle cose, altrimenti sai che palle😅
Ma… non perdiamo il filo.
Torniamo ai cartoni anni ’80, e a quelli di oggi.
In cosa differiscono?
🏯 Negli anni ’80 il panorama italiano era dominato dagli anime giapponesi. Il Giappone era uno stato che usciva dal boom economico e produceva opere pensate non solo per intrattenere, ma anche per raccontare:
sacrificio
disciplina
crescita personale
dovere
famiglia
morte
responsabilità
L’eroe non era perfetto: per diventare forte doveva soffrire.
E spesso perdeva. E spesso qualcuno moriva.
E questo, era normale.
🌐 Le produzioni contemporanee, invece, provengono da un mercato molto più internazionale. Questa globalizzazione ha inevitabilmente portato alla realizzazione di prodotti pensati per essere culturalmente accessibili a pubblici molto diversi. Le storie cercano quindi di evitare riferimenti troppo specifici a una singola tradizione nazionale e privilegiano temi universalmente comprensibili, come l’amicizia, la collaborazione, il rispetto reciproco e la gestione delle emozioni.
Arriviamo però agli aspetti più psicologici, che poi sono un pò il mio pane.
UN’ANALISI SULLA GESTIONE DELLA NOSTRA ATTENZIONE
📺 I cartoni degli anni Ottanta educavano inconsapevolmente all’attesa. Le storie si sviluppavano lentamente, gli episodi terminavano spesso con interrogativi destinati a essere risolti settimane dopo e la televisione imponeva un appuntamento preciso. Questo obbligava il bambino a convivere con il desiderio non immediatamente soddisfatto, allenando quella che in psicologia viene definita gratificazione differita, cioè la capacità di rimandare una ricompensa e di tollerare l’attesa.
🖥️ Lo streaming ha modificato profondamente questa dinamica. Oggi il contenuto è sempre disponibile, può essere recuperato in qualsiasi momento e consumato consecutivamente. La frustrazione dell’attesa viene quasi eliminata. Il vantaggio è una maggiore libertà di scelta; il possibile svantaggio è che si riducano le occasioni quotidiane in cui il bambino esercita spontaneamente la pazienza e l’aspettativa.
📺 Molti cartoni degli anni Ottanta chiedevano allo spettatore di mantenere l’attenzione anche durante scene prive di azione. Lunghi dialoghi, silenzi, panoramiche e momenti contemplativi costringevano il cervello a seguire una narrazione senza essere continuamente ricompensato da nuovi stimoli.
🖥️ Le produzioni contemporanee utilizzano invece un linguaggio molto più denso di cambi di scena, effetti sonori, colori vivaci e battute frequenti. Questo mantiene elevato il coinvolgimento, ma può anche abituare il cervello ad aspettarsi una stimolazione continua. Diversi studi sulla psicologia dell’attenzione suggeriscono che ambienti caratterizzati da frequenti cambiamenti di stimolo possono rendere più difficile mantenere la concentrazione su attività monotone o prive di ricompense immediate, anche se il rapporto non è automatico né esclusivo.
COMPLESSITÀ E AMBIGUITÀ
📺 Molti protagonisti degli anni Ottanta non erano immediatamente comprensibili. Spesso commettevano errori, attraversavano lunghi momenti di dubbio e non offrivano risposte semplici. Il bambino imparava che una persona poteva essere coraggiosa e fragile allo stesso tempo.
🖥️ Oggi la caratterizzazione psicologica rimane presente in molte produzioni, ma i messaggi tendono a essere più espliciti e le emozioni vengono nominate e spiegate. Questo facilita l’alfabetizzazione emotiva, cioè la capacità di riconoscere e descrivere ciò che si prova, ma riduce talvolta quello spazio di ambiguità che costringeva lo spettatore a interrogarsi autonomamente sul significato delle situazioni.
LA PERCEZIONE DEL RISCHIO
📺 Negli anni Ottanta il pericolo appariva reale. I protagonisti potevano perdere definitivamente amici, familiari o battaglie. Se penso a Ken il guerriero anche gli arti o la stessa vita si potevano perdere in un non nulla. Il bambino sperimentava emozioni intense all’interno di uno spazio protetto, imparando che le difficoltà fanno parte della vita e che non sempre esistono soluzioni immediate.
🖥️ Le produzioni contemporanee tendono a proteggere maggiormente il giovane spettatore, attenuando la rappresentazione della sofferenza e offrendo più frequentemente finali rassicuranti. Questo favorisce un clima emotivo meno ansiogeno, ma può anche ridurre l’esposizione simbolica a esperienze di perdita e fallimento, che costituiscono una parte inevitabile della crescita.
IL RAPPORTO CON IL TEMPO
📺 I cartoni degli anni Ottanta insegnavano che il tempo aveva un valore. Per vedere un episodio bisognava aspettare il giorno giusto, per conoscere il finale occorrevano settimane e spesso le trasformazioni del protagonista richiedevano decine di puntate. La crescita coincideva con il trascorrere del tempo.
🖥️ Lo streaming propone una concezione completamente diversa. Il tempo viene compresso. Tutto è immediatamente disponibile e la narrazione può essere accelerata secondo i desideri dello spettatore. In termini psicologici si passa da un’esperienza costruita sull’attesa a un’esperienza costruita sul controllo.
UNA, PARZIALE, CONCLUSIONE
Tralasciando il bias di mera esposizione, per cui sono ovviamente più legato alla mia epoca, trovo pro e contro in entrambi i periodi storici.
📺 I cartoni degli anni Ottanta allenavano alcune competenze psicologiche oggi meno sollecitate: la pazienza, la tolleranza dell’attesa, la capacità di mantenere l’attenzione in assenza di stimoli continui, l’accettazione dell’incertezza e la costruzione personale del significato.
Questi cartoni educavano soprattutto attraverso l’esempio. I valori emergevano dalle azioni dei personaggi e dalle conseguenze delle loro scelte, senza essere necessariamente dichiarati.
I ritmi erano quelli della lentezza e la profondità, pur spesso troppo tetra e tenebrosa, pareva più una poesia che un dettato.
🖥️ Le produzioni contemporanee, al contrario, sviluppano altre competenze, come il riconoscimento delle emozioni, la sensibilità verso l’inclusione, la comunicazione e la collaborazione.
Oltretutto, l’intenzione educativa è molto più esplicita. Inclusione, rispetto, collaborazione e gestione delle emozioni vengono spesso affrontati direttamente nei dialoghi, trasformando il cartone in uno strumento pedagogico dichiarato.
Oggi, infine, velocità, connessione, accelerazione e salti cognitivi allenano la mente a essere più plastica, rimanendo però troppo spesso in superficie.
I cartoni animati, come ogni forma di narrazione, non si limitano a raccontare storie. Essi contribuiscono a modellare il modo in cui percepiamo il tempo, affrontiamo le difficoltà, costruiamo relazioni e attribuiamo significato alle esperienze. Per questo il confronto tra le produzioni degli anni Ottanta e quelle contemporanee non dovrebbe trasformarsi in una gara per stabilire quale fosse migliore, ma in un’occasione per comprendere quali capacità ciascuna abbia contribuito a sviluppare.
La sfida, per concludere, non è scegliere tra passato e presente, ma integrare il meglio di entrambi.
👨💼👩💼 Anche la formazione di un manager ne dovrebbe tener di conto.
La visione di cartoni animati così diversi, che vorrei sottolineare si può trovare anche nella stessa epoca – ad esempio in quella attuale (ma oggi la mia indagine non era quella), corrisponde inevitabilmente a un’estensione del proprio modo di essere. A una pluralità di posture e modi di fare che non può che risultare un arricchimento.
Un manager che sa navigare questi due mondi, sa anche sviluppare competenze differenti, che possono però dialogare fra di loro.
Mi piacerebbe proseguire, ma è tardi e visto che ho terminato da poco di rivedermi Neon Genesis Evangelion, devo decidere quale sarà la mia prossima visione. Vi dico solo che stanno duellando BoJack Horseman, L’attacco dei Giganti o Cowboy Bepop. Avete suggerimenti❓
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