Gestione delle emozioni

L’educazione del cuore

L’educazione del cuore
11 Gennaio 2021

Se per qualcuno può sembrare un atto spontaneo, quello di amare, orbene si sbaglia!

Come se fosse naturale, spontanea e immediata, l’arte dello stesso amare.

Come se non richiedesse riflessione, educazione e cultura.

Ci si può innamorare, al pari di come si può provare piacere o rabbia.

Ma, quando la sensazione si prolunga nel tempo, e non è più un istante, più che di sensazioni primarie o emozioni si parla di sentimenti.

Di innamoramento. E di amore. Ad esempio.

I sentimenti caratterizzano le nostre relazioni più di ogni altra cosa.

Le relazioni cha abbiamo con gli altri, ma anche con le cose che viviamo. Basti pensare all’entusiasmo come sentimento che accompagna un fare che ci riempie, che ci piace, che ci fa sentire il divino per riprenderne l’etimologia (en-thèos: il Dio dentro).

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Prima di procedere con l’affermazione iniziale che ho proposto, vorrei fare alcuni chiarimenti, partendo da più lontano.

1.    L’essere umano è dotato di pulsioni. In modo naturale e spontaneo.

2.    Fra natura e soggetti stanno invece le sensazioni di base o le emozioni.

3.    I sentimenti sono infine un fenomeno culturale più complesso e articolato.

Nello studio della psicologia e nell’esercizio della stessa orientata ai contesti di lavoro ho appreso sin da subito quanto fosse necessario apprendere cosa fossero le emozioni comprendendo quanto fosse altrettanto difficile riconoscerle, accogliere, gestirle e direzionarle nel migliore dei modi.

Questa distinzione, apparentemente chiara, credo sia invece lontana dalla realtà dei più.

Di quelli che non comprendono come possano verificarsi certi crimini ahimè sempre più frequenti.

Di quelli che non si chiedono come possano i giovani imparare a conoscere, ri-conoscere, vivere e gestire le loro emozioni e i loro sentimenti senza che qualcuno glieli insegni.

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Di quelli per cui la scuola va sempre bene, peccato che spesso i programmi abbiano decadi. Se non quasi un secolo. E in questo spazio, discipline in grado di consegnare strumenti utili a creare mappe emozionali guai solo a parlarne. Priverebbero di apprendere a memoria i testi.

Nelle aziende uguale: quelle più innovative e attente stanno cogliendo il messaggio. Alcune lo stanno cavalcando. Per le altre, un’ecatombe.

Fra studio e lavoro mi occupo di educazione e di formazione da vent’anni e spesso mi trovo di fronte a crociate dove, pur con piacere, devo persuadere la mia platea dell’importanza dell’educazione sentimentale. Anche emotiva, sia chiaro!

Come se l’unica dimensione a necessitare di tale intervento fosse quella cognitiva.

Come se fossero slegate, aggiungerei.

Il sentimento e le emozioni hanno anche una funzione precognitiva:

–      È dimostrato da più ricerche quanto sia più facile studiare e apprendere quando amiamo e siamo incantati da ciò che leggiamo o da chi ci ha trasmesso quel particolare sapere.

–      Altrettanto risulta ovvio come la comprensione intellettiva sia facilitata in due soggetti che si amano. Si pensi a due fidanzati, o a una mamma e il suo bimbo: in entrambi i casi capire ragioni, bisogni e dinamiche è più facile rispetto ad altre situazioni relazionali.

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I sentimenti, come detto poc’anzi, sono un prodotto culturale, e si imparano perciò attraverso la cultura e l’educazione: un viaggio che si fa insieme, scoprendosi e meravigliandosi.

Io l’ho imparato a mie spese.

Ho sbagliato.

Confuso.

Mi succede anche ad oggi.

Sarei falso a coprirmi di un vestito invisibile. Perché si sa, le cose si comprendono per errore. Perché ci passiamo attraverso, sbagliando e facendo del giusto.

Si comprendono e si devono conoscere anche attraverso lo studio, poichè l’esperienza personale non basta.

Servono teorie e paradigmi in gradi di inquadrare ciò che accade illustrandoci le strategie per gestire e non subire.

Elaborare è essenziale, altrimenti l’esperienza è vuota.

C’è stato anche del bello, lo ammetto. Ma anche molta difficoltà.

E credo, nonostante tutto, che mi sia andata bene.

Forse perché, in cuor mio, oltre a buoni modelli genitoriali ho sempre avvertito la necessità di avere un appiglio, e lo studio me l’ha donato.

Forse è così un po’ per tutti quelli che l’educazione, la psicologia e la filosofia se le mangiano con i biscotti a colazione.

Sanno di averne bisogno.

E, da iniziale curiosità, si rendono poi conto di averne fatto una scelta di vita.

Comprendere quindi il potere della conoscenza, e dell’educazione sentimentale, credo sia oggi un passaggio fondamentale se vogliamo evolverci come uomini, come società, e perché no come aziende e professionisti.

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Pensiamo ad esempio ad una sensazione di base: la PAURA.

Essa è una delle sensazioni di base più frequenti (esistono anche la rabbia, il piacere e il dolore).

Nasce come funzione biologica utile a metterci in allarme.

Verso cosa però? Verso oggetti percepiti come pericolosi.

Il problema è che, ad esempio, a volte questa percezione è sfalsata.

Se scappo da un aggressore che mi sta per rapire e corro altrove la funzione della paura ha un senso.

Se scappo invece perché devo tenere un discorso necessario per il mio lavoro capite che non esiste un effettivo senso biologico legato alla sopravvivenza. Però quella paura esiste, ed io dovrò pur far qualcosa. Anche perché il rischio è di venir meno ad una necessità legata al mio lavoro con il rischio di impoverirlo o perderlo.

Nel Modello Strategico si parte studiando le cose che non dovrei fare. Le cosiddette TENTATE SOLUZIONI che peggiorano il problema.

Nel caso della PAURA sono 3:

1.    Evitamento

2.    Richiesta di aiuto

3.    Tentativo di controllo

Analizziamo la prima.

Evitare produce una sensazione di piacere immediato data dall’aver scansato il problema. Il fatto è che questo non farà che aumentare la paura verso questo oggetto (persona, situazione, sfida, etc..) diminuendo in modo inverso il senso di auto-efficacia.

Cosa potrei fare quindi?

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Esistono ad esempio due tecniche: quella della PEGGIOR FANTASIA e quella dell’AVVICINAMENTO PROGRESSIVO.

  1. La prima consiste nell’evocare deliberatamente per almeno venti minuti tutte le paure e gli scenari peggiori associati a ciò che evitiamo, ad una particolare ora del giorno in un ambiente scelto da noi. Pur sembrando assurdo questo produrrà due effetti paradossali: da un lato evocando al massimo le nostre paure le neutralizzerà, dall’altro ci mostrerà che siamo in grado di affrontarle e gestirle.
  2. La seconda invece ha il compito di avvicinarci lentamente a piccole cose associate a quella paura, in modo da prenderne confidenza e realizzare che possiamo affrontarle. Queste restituzioni genereranno feedback positivi che ci sproneranno a proseguire. La ratio è quella di non affrontare tutto subito, anche perché se dovessimo fallire produrremmo ancor più paura diminuendo la nostra autostima.

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Le sensazioni e i sentimenti vanno quindi esplorati, studiati, compresi e usati a vantaggio nostro e degli altri.

Ancor più in un tempo in cui le mappe emotive costruite nei primi anni (che sono quelle che poi guideranno in parte le nostre modalità per orientarci nelle emozioni) sono carenti, proprio a causa dello sfilacciamento delle famiglie e del senso di comunità.

I bambini sono infatti sempre più lasciati in balia di loro stessi in questo compito, in un mondo dove i genitori devono lavorare e in cui la tecnologia sembra talvolta l’unico valido sostituto possibile.

Credo che dovremmo effettuare uno slittamento fondamentale.

Dovremmo passare dal preoccuparci, all’occuparci.

Al prenderci cura. Ad esempio delle cose che lo necessitano.

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Sarò di parte, ma come può nel 2020 un’azienda pensare di crescere senza investire anche nella formazione delle cosiddette competenze trasversali?

Comunicare in modo sano ed efficace.

Costruire relazioni sostenibili, arricchenti e vantaggiose.

Saper cambiare.

Risolvere problemi.

Guidare gruppi di lavoro in modo sostenibile ed efficace.

Gestire le proprie emozioni.

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A mio parere è tanto folle quanto pensare che si viva di sola ragione.

Spesso assistiamo a conflitti irreparabili.

All’incapacità di professionisti di affrontare le loro paure, o la rabbia che li pervade.

A situazioni relazionali disastrose che compromettono non solo il benessere, ma anche l’efficacia e gli obiettivi individuali e condivisi.

Persone che invece che aiutarsi, si mettono il bastone fra le ruote.

Sviluppare sincera curiosità, interesse e compassione (da cum-patire – sentire insieme) richiede studio e un certo sforzo.

Nelle aziende dove lavoro vedo una moltitudine di casi che sottovalutano questo aspetto. E non solo, sia chiaro.

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Beh, magari se ci si educasse a nuove discipline forse le cose sarebbero diverse?

Capire che l’altro non è come noi.

Che sente in modo diverso.

Che magari ha bisogno di qualcosa di diverso.

Che per comprendere deve essere considerato. Riconosciuto. Apprezzato.

Che potremmo imparare ad accettarlo anche quando non risponde alle nostre aspettative.

O quando mostra parti di sé che noi non comprendiamo, forse proprio perché non le possediamo.

O forse perché non comprendiamo nemmeno come siamo fatti noi.

I sentimenti come l’amore, la compassione e la dolcezza vanno costruiti.

Devono essere insegnati.

Abbiamo l’imperativo categorico di renderli parte della matrice tanto scolastica quanto aziendale.

Allo stesso modo non dobbiamo nascondere in cantina rabbia e dolore. Anche queste sensazioni di base, che possono poi generare odio, avversione e tristezza hanno il loro senso di esistere.

Dobbiamo dialogarci e aprirci ai loro insegnamenti.

Imparare a gestirle.

  • Al successo dovremmo sostituire una crescita sostenibile.
  • Alle regole i valori.
  • Alla dipendenza, o all’indipendenza, l’interdipendenza.
  • Al bastone e la carota la vera educazione, o il coaching per usare un termine più moderno o più aziendale.

Dovremmo riportare l’uomo all’uomo, ricordandoci che poi siamo sempre noi a raccontare le nostre storie.

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