Storie per crescere

Chi ha paura di fermarsi?

Chi ha paura di fermarsi?
8 Aprile 2020

Non sono mai stato un amante del duro lavoro.

Già ai tempi della scuola mi ritenevo un ottimizzatore: stare attento durante le lezioni per ca**eggiare il pomeriggio con gli amici.

Era solo l’inizio.

In tutta sincerità avevo persino studiato un metodo per cui non dovevo nemmeno prestare attenzione alle diverse docenze: banalmente studiavo durante la prima ora ciò che mi avrebbero chiesto la seconda. E la terza quello che avrei trovato nella verifica della quarta.

Il sistema però era fragile, troppo passibile a incastri impossibili. E poi, diciamocelo, alcuni professori era proprio bello ascoltarli (per fortuna direi).

Anche con le ragazze il sistema era più o meno quello.

Se lo dovessi riassumere con uno stratagemma cinese sarebbe quel del “Partire dopo per arrivare prima”.

Tradotto: ottenere ed elaborare più informazioni possibili per agire poi con estrema efficacia nel momento dell’azione, onde evitare sprechi di energie e di tempo.

La tecnica era più o meno questa: essere loro amico per carpirne i segreti più nascosti. Una volta compreso quale fosse adatta a me, che cosa gli piacesse davvero e quale fosse il momento più proficuo, il resto era un gioco da ragazzi.

Peccato fossi sempre in grado di rovinare tutto, ma questa è un’altra storia…

Poi arrivò l’università, e mi resi conto che non c’erano più scadenze. Fu un disastro.

Pian piano compresi che l’ozio da me tanto amato poteva essere una risorsa così come la mia rovina.

Iniziai involontariamente a studiarlo con assoluto rigore e metodo applicativo.

Ad oggi, posso finalmente dire di aver costruito un lavoro basato sull’ozio!

Per almeno due motivi:

  1. Bilancio nel migliore dei modi la mia vita professionale con quella personale e sociale. Nella mia testa si deve trovare un modo per guadagnare bene facendo il minimo necessario (che non significa non fare bene e con passione, anzi…), in modo da poter dedicare tempo a se stessi e ai propri affetti.
  2. Formarsi, nella mia personale idea, significa fermarsi. Fermarsi per procedere meglio! Questo è il lavoro che svolgo: fermo il tempo di lavoro delle persone per riflettere su di esso. Per capire cosa funzione e cosa è ottimizzabile. Nella fattispecie lo faccio attraverso l’insegnamento della psicologia, delle soft skill e della filosofia.

FERMARSI (formarsi) PER MUOVERSI.

A volte, in classe, qualcuno potrebbe obiettare che il tempo in cui ci si ferma e si riflette è tempo poco produttivo.

Da buon promotore dell’ozio latino ho idee molte diverse.

C’è una storia, inventata ma assolutamente verosimile, che penso possa sostenere bene questa ipotesi.

Due boscaioli si sfidarono in una foresta: il primo che avesse abbattuto il maggior numero di alberi entro sera avrebbe vinto. I tronchi erano imponenti, solidi e tenaci. Uguali per entrambi.

I due boscaioli usavano le loro asce con identica bravura, ma con tecnica diversa: il primo colpiva il suo albero con incredibile costanza, un colpo dietro l’altro, senza fermarsi se non per riprendere fiato. Il secondo boscaiolo faceva una discreta sosta ogni ora di lavoro.

Al tramonto, il primo boscaiolo era a metà del suo albero. Aveva sudato sangue e lacrime e non avrebbe resistito cinque minuti di più. Il secondo era incredibilmente al termine del suo tronco. Avevano incominciato insieme e i due alberi erano uguali. Il primo boscaiolo non credeva ai suoi occhi. “Non capisco! Come hai fatto ad andare così veloce se ti fermavi tutte le ore?”. L’altro sorrise: “Hai visto che mi fermavo ogni ora. Ma quello che non hai visto è che approfittavo della sosta per affilare la mia ascia”.

Ecco, credo che pur nel suo essere romanzata questa storia sia in grado di insegnarci quanto fermarsi sia talvolta più efficace del procedere senza mai un attimo per riflettere, formarsi, verso processi e metodi produttivi migliori e magari recuperare anche le proprie energie vivendo al meglio il lavoro svolto.

Questo per me significa fermarsi. Questo per me significa formarsi.

Ma veniamo all’ozio… Di cosa parliamo quando usiamo questo termine? Siamo sicuri di averne giusta coscienza?

Ozio

Il termine, come forse pochi sanno, deriva dal latino e non ha un’accezione negativa come siamo soliti attribuirgli oggi.

Ozio, da Otium, è l’attività dello spirito: riflettere, studiare, scrivere opere letterarie.

Altrettanto il termine designava momenti di riposo e di svago, in grado di creare un equilibrio psico-fisiologico necessario rispetto agli obblighi lavorativi.

L’ozio era il tempo libero dagli impegni nel quale era possibile aprirsi alla dimensione creativa.

La parola nacque infatti in contrapposizione ad un’altra: Negotium (nec otium: negazione di ozio – non ozio) che descriveva invece la vita negoziale, quella insomma degli affari, dei mercati e del commercio.

Ad oggi l’accezione della parola Ozio è probabilmente divenuta negativa per due motivi:

  1. Se all’inizio l’ozio era più finalizzato a creare equilibri, pian piano, con la crisi della repubblica e l’avvento dell’età imperiale, divenne strumento propagandistico, spesso addirittura capace di sfavorire la condizione degli schiavi sempre più impegnati nei vizi ludici dei grandi signori.
  2. L’ozio è oggi inteso come spazio vuoto capace di generare malessere, senso di colpa e depressione dell’umore. Questo, probabilmente, a causa della netta scissione fra fare e non fare. Nero e bianco. Come se, lasciato il lavoro, tutto il tempo non fosse che sprecato o difficilmente ritrovato. L’altalena perpetua sulla quale oscilliamo ci divide fra momenti di doloroso lavoro e attimi di totale e noiosa accidia, talvolta innaffiata con qualche fugace momento di divertimento evasivo.

Anche in Grecia il senso attribuitogli era positivo.

L’ozio era il “tempo per sé”. Un riposo attivo finalizzato alla propria realizzazione più autentica.

Un lavoro interiore, un’esplorazione delle terre più intime, mai percorse perché troppo assorbiti dai ritmi quotidiani produttivi.

Oggi, ahimè, sembra invece che il mio tanto caro e amato ozio sia dai più malvisto.

L’ozio è il padre dei vizi” disse qualcuno.

Lo stesso ozio è talvolta annoverato nei significati della parola accidia, definita come uno dei 7 vizi capitali. Un vizio in grado, al pari degli altri, di distruggere l’anima contrapponendosi alle virtù che invece la illuminano.

Ad oggi, oltretutto, con l’avvento della tecnologia digitale, rimanere connessi è possibile anche nel proprio isolamento.

Ogni spazio vuoto deve essere riempito in modo compulsivo, senza lasciar più spazio a ciò che di più intimo abbiamo.

Credo che più che vergognarci di oziare, dovremmo vergognarci nel non farlo.

Imparare a fermarci per godere di qualcosa, e non solo funzionalmente a qualcosa.

Ozio è anche questo:

  • Fermarsi per il piacere di farlo
  • Guardare per il gusto di guardare
  • Pensare per il gusto di farlo
  • Suonare per il piacere della musica

L’idea, non sbagliata in todo per carità, è che “siamo ciò che facciamo” e quindi oziare è tempo perso perché non produttivo.

In una società sempre più frenetica, persino lo stesso oziare è corrotto. Esso, invece che esprimersi in purezza, diviene caricatura di se stesso. Quindi, chi crede di oziare, sta solo ottimizzando il suo tempo libero.

Per fortuna la lingua tedesca ci viene in aiuto.

La parola Tagtraum significa infatti sogno ad occhi aperti: il flusso di coscienza che si distacca dagli attuali compiti esterni quando l’attenzione si sposta verso una direzione più personale e interna.

Un’altra volta ad indicare l’importanza di un’esplorazione che procede in due direzioni: quella esterna, della produzione e della creazione, e quella interna, dell’animo e della creatività più personale.

Anche la musica, talvolta, ha elogiato l’ozio. E di sicuro l’ha fatto attraverso una voce non banale.

Forse anche in natura qualcosa ci può insegnare l’ozio.

Si pensi ai gatti.

I felini, proprio perché abili predatori, sono i meno esposti ad azioni predatorie di altri animali anche quando dormono.

Oltretutto vivono di questa dualità profondamente visibile: stati di riposo assoluto contrapposti a scatti energici e fluidi profondamente efficaci. Non è un caso che i loro movimenti siano studiati nelle arti marziali.

La verità, per citare Orazio, risiede a mio avviso nella giusta moderazione ed equilibrio. La capacità di bilanciare due pesi opposti rendendoli così parte di un’unica dimensione di senso.

Vicino a questa parola ne riposa un’altra, simile ma non identica.

È la pigrizia.

Vediamo di analizzarla al meglio.

Pigrizia

Il nostro cervello funziona in modo pigro.

Siamo sopravvissuti in contesti dove c’era scarsità di cibo.

È quindi importante avere un organismo basato su un sistema che gli permetta di funzionare sprecando meno energia possibile.

Così sono costruiti la maggior parte degli animali.

Eppure, come per l’ozio, “stare fermi” non è ben visto. Pur nella sua efficienza.

Anzi, diciamocela fuori dai denti, un pigro efficace sta pure sulle palle.

Come si permette una persona di lavorare di meno e ottenere di più? Sia economicamente che in termini di benessere personale e sociale. È un’amenità signori miei!

Il problema della pigrizia è quindi un dramma culturale, un fatto biologico scientificamente provato che culturalmente sembra proprio non essere digerito.

Personalmente, abitando a Bergamo e lavorando fra la mia città e Milano, sono quasi un reietto nel professare una teoria del genere.

Eppure sta in piedi, in tutta la sua forza argomentativa.

Altrettanto è sostenuta da molteplici dimostrazioni.

Pensiamo ad esempio all’attenzione.

È neuro-scientificamente dimostrato che una persona normale inizia a perdere l’attenzione verso qualcosa dopo 15 minuti che la svolge o la ascolta (a meno che non si trovi in un particolare stato di flow o che il relatore non sia particolarmente ingaggiante).

Di seguito trovate un grafico che ne descrive il funzionamento.

Capite bene che in questa dinamica la pigrizia trova tutto il suo senso.

Come leader, docenti o banalmente comunicatori risulta fondamentale, invece che rifiutarla a priori con il rischio di subirla inconsciamente, prenderne atto e rivoluzionare le nostre strategie in funzione di essa.

Nel caso di un eloquio diminuendo il suo protrarsi nel tempo.

Durante una lezione creando delle pause e modificando gli stili metodologici ogni mezz’ora.

Nel caso di una leadership aziendale, magari ricorrendo ad una diminuzione dell’orario di lavoro (ne parlerò fra poco).

Anche come alunni e apprendisti (colui che apprende) faremmo sempre ad ascoltare la pigrizia.

Per almeno due motivi:

Fare delle pause, lavorare poco ma bene, sono modalità più sane e profittevoli.

Ascoltare in noi una smodata pigrizia nel fare qualcosa, potrebbe essere banalmente un indicatore che quella cosa ci fa cagare. E forse, ma dico forse, che è arrivato il momento di non raccontarci più tante balle e cambiare qualcosa rispetto a ciò che facciamo, studiamo o professiamo con il nostro lavoro.

A livello psicologico la pigrizia ci impedisce di essere bombardati da troppi stimoli, tipici della nostra attuale società, ma potenzialmente molto pericolosi poiché in grado di scatenare due scenari ben definiti:

  1. Essere immersi in una moltitudine incontrollata di costanti stimoli ci pone in una condizione di angoscia.
  2. Essere costantemente bombardati da informazioni diminuisce i livelli di percezione della psiche, che cerca invano di ottimizzare lo spreco delle sue risorse. Questo porta inevitabilmente a fare molto, ma a farlo male. Senza considerare il farlo con malavoglia.

Aggiungo altre due dimensioni in cui la pigrizia risulta quantomeno necessaria:

Il sonno. Probabilmente la reputiamo una funzione banale e scontata, ma non è così. A maggior ragione in un momento storico in cui fra ansie, problemi e ritmi incalzanti sembra talvolta non bastare o addirittura una perdita di tempo. In verità esso svolge diverse funzioni fra cui:

  • Fissa i dati appresi nella memoria a lungo termine
  • Preserva l’energia
  • Riordina e taglia (di alcune) delle sinapsi costruite, in modo di evitare ingolfamenti informativi
  • Ripristina e ripara alcune cellule del cervello
  • Permette al sistema cardiovascolare di riposarsi
  • Mantiene attivo ed efficiente il sistema immunitario

Il riposo prima di una gara. Sono ampiamente dimostrati i benefici di un rallentamento prima di una performance fisica. I modi in cui questo rallentamento sarà agito sono variabili e dipendono dall’atleta, la tipologia di gara e altri fattori. In ogni caso, molto spesso questa pigrizia pre-gara risulta un elemento efficace sia per il corpo che per la mente.

Quando perciò è utile la pigrizia?

Quando è orientata al raggiungimento di un obiettivo.

Soprattutto in modo efficiente oltre che efficace.

Perché se efficace significa raggiungerlo (l’obiettivo), efficiente significa ottenerlo nel modo più semplice e meno dispendioso (risorse materiali, temporali, umane, etc..).

Interessante osservare come alcuni modelli imprenditoriali che prevedono una nuova organizzazione del tempo di lavoro, spostando l’orario complessivo dalle 40 alle 32 ore, sembrino sostenere appieno la ragionevole riappropriazione della pigrizia.

Parlo del Downshifting.

Non solo molte aziende di alcuni paesi nordici ma addirittura Microsoft Giappone, riducendo per un periodo di prova nell’estate del 2019 l’orario lavorativo da 40 a 32 ore, ha riscontrato un aumento della produttività (sino al 40%) e del benessere dei lavoratori. Oltretutto, nel caso specifico, sono chiaramente stati misurati anche dei cali nei costi aziendali (da un 23% per il consumo di energia elettrica al 59% di risparmio sull’uso della carta).

Questo aumento di produttività mette in risalto il paradosso per cui siamo convinti che lavorare di più significa produrre di più.

Sempre più studi però ci confermano esattamente il contrario.

Perché non facciamo diversamente allora?

  1. Siamo molto restii a cambiare le nostre abitudini
  2. Siamo spesso vittime dei nostri bias cognitivi
  3. Non ragioniamo mai in termini sistemici (rapporto lavoro, vita personale e sociale) ma quasi sempre a compartimenti stagni
  4. Abbiamo poca memoria storica

A proposito dell’ultimo punto, diamo per scontato che le ore di lavoro siano 40, ma sapete che alla fine del 800 le operaie delle filande torinesi ne lavoravano 16 al giorno?

Agli inizi del 900 passammo a 12.

Furono diverse le proteste e le azioni sindacali che, pian piano, portarono dopo alle attuali 40 ore.

Perché allora dovrebbe essere impossibile pensare alle 32?

Forse perché spesso il pensiero viene fatto in ambito produttivo, dove effettivamente lavorare 40 ore significa produrre più che in 32.

(Al contempo però non si può dire che all’aumentare delle ore di lavoro non esista una sensibile probabilità di incappare più facilmente tanto nell’errore quanto in incidenti dovuti all’abbassamento della soglia d’attenzione).

Le ricerche sono infatti per lo più riferite ai lavori impiegatizi e di concetto.

Se però si considera che sempre più i lavori produttivi saranno onere delle macchine e non dell’uomo, nella mia testa si capisce bene che la miglior strada da seguire sarà quella dell’elogio della pigrizia.

Quando è inutile e pericolosa?

Quando è, in modo esclusivo, una perdita di tempo.

Oppure quando si traduce nel rimandare o procrastinare, due azioni spesso molto deleterie.

  • Quando ad esempio qualcosa ci fa paura, tendiamo ad evitarla.

Facendolo esercitiamo in un certo qual modo la pigrizia relativa al non voler adoperarsi per affrontare quello specifico problema o pericolo che ci intimorisce.

Purtroppo così non facciamo che aumentare il problema stesso.

  • Pensiamo invece alla procrastinazione. La mettiamo in atto quando vogliamo posticipare qualcosa.

Si pensi ad una dieta o all’ultima sigaretta.

Il desiderio di provare ancora un po’ di piacere ci impedisce di cambiare ritmo, posticipando la volontà di cambiare per qualcosa che riteniamo importante.

Un’altra situazione in cui la pigrizia è pericolosa, o quanto meno limitante, risulta quella in cui ci impedisce di uscire dalla zona di comfort per ottenere obiettivi o situazioni d’essere più in linea con ciò che desideriamo e comprendiamo potrebbe soddisfarci e farci sentire meglio.

In verità questa situazione è interconnessa alla prima: il cambio di un’abitudine.

Può sembrare paradossale ma per stare bene dobbiamo stare male, almeno nella fase di transizione. La pigrizia, aimè, tende spesso a rifuggire questo impegno poco simpatico.

Insomma, ozio e pigrizia, se ben agiti non possono che essere fedeli alleati in grado di renderci più produttivi e migliorare il nostro benessere.

Ora, siccome ne sono profondamente convinto, non mi resta che farmi una pennichella.

Buon riposo a tutti!

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